I Gialli di Riccardo Finzi

– UN SANO DELITTO DI GELOSIA –

CAPITOLO 1

Chiudevo la porta dell’ascensore alle mie spalle nell’istante che Pina sbucava dall’uscio del mio appartamento-ufficio.
– Ah, e’ qui finalmente! – disse sbuffando. – L’ho fatto accomodare nello studio.
– Chi ha fatto accomodare? – domandai stupito.
– Ma l’amico del commissario Salimbeni noh? Il signor… coso li’… non mi faccia perdere tempo che devo correre al supermarket. e’ scaduto l’ultimatum!
– Del supermarket?
– Manno’ – rispose stizzita mentre stava scendendo alcuni scalini – l’umtimatum dell’Onu. La guerra scoppiera’ presto ed e’ meglio mettere roba in cambusa.
Si trattava della crisi irachena, quella cosiddetta del Golfo, con le forze alleate pronte a scattare contro Saddam Hussein.
Pina non era piu’ lei. L’ipotesi di una guerra, anche se lontana, che ci vedeva coinvolti sia pure relativamente, le aveva fatto vedere scene di carestia e pestilenze, cosi’ la corsa all’accapparramento l’aveva ghermita con ansia e furore.
– Appena torno porto su qualcosa anche da lei. Poi le preparo la cena perche’ stasera io sono fuori – disse giunta al piano inferiore mentre infilava le chiavi nella porta.
Entrai in casa dando una sbirciata sulla destra dove ho il mio cosiddetto studio per vedere chi fosse mai l’amico di Salimbeni inviato a sorpresa. Era un uomo sulla sessantina, con pochi capelli bianchi a corona, vestito un po’ trasandatamente che stava martoriando la riga di plastica trasparente che le assicurazioni mi avevano generosamente regalato a Natale.
Prima di fare la sua conoscenza volevo togliermi un piccolo dubbio cosi’ mi infilai nel cucinino e aprii gli stipetti. Tutti stracolmi di scatole di sale, di zucchero e di pasta di vario genere. Pina aveva gia’ riempito la sua cambusa ed ora stava pensando alla mia.
Entrai nella stanza tossicchiando. L’uomo mollo’ subito la presa della riga e si alzo’ in piedi tendendo la mano e adornando il viso giallognolo con un sorriso cordiale.
– Il signor Riccardo Finzi? Sono Pasquale Lasorella amico del commissario Salimbeni.
Ricambiai il sorriso, strinsi la sua mano che era ben vigorosa considerando l’eta’ e gli feci cenno d’accomodarsi.
– In che cosa posso esserle utile? – domandai congiungendo le mani.
– Il commissario Salimbeni non le ha accennato… – chiese intimidito.
– Non sento il commissario Salimbeni da piu’ di un mese. Ma prego, mi dica – risposi sempre sorridendo.
– Ah pero’, avrei preferito che… va beh fa lo stesso, tanto ormai sono qui. Dunque si tratta di mio figlio, e’ morto ammazzato l’estate scorsa in Spagna – disse tutto d’un fiato corrucciando la fronte e fissandomi intensamente.
– Continui – l’invitati sostenendo il suo sguardo con seriosa professionalita’.
– La morte sarebbe avvenuta per incidente di macchina appena fuori Madrid, all’ingresso dell’autostrada. Il corpo mi e’ tornato indietro irriconoscibile. Capisce?
– Si’ che capisco, ma non so ancora in che modo posso esserle utile!
– Io sono convinto che l’abbiamo ammazzato e che poi abbiano finto un incidente – proferi’ con tono grave.
– Ah! – esclamai – e su che cosa basa questa convinzione? Aveva ricevuto minacce o che?
– No, ma sono cose che si sentono capisce? Che si sentono dentro qui – disse appoggiandosi alla scrivania con una mano e colpendo il petto in direzione cuore con due manate che rimbombarono nella cassa toracica. Incominciai a intuire perche’ Salimbeni aveva rifilato a me quella parata bollente.
– Uhm… capisco. Con chi era partito per la Spagna suo figlio? Con la fidanzata, un’amica, un amico…
-Ma no, da solo! Voleva trovare qualche avventura, del resto mio figlio era un bel ragazzone, alto, robusto, simpatico, non faceva certo fatica a fare amicizia. Sa al paese quante donne gli correvano dietro, anche quelle sposate?
– Che paese?
– Busto Arsizio!
– Che genere d’indagine vuole da me?
– Ah beh, che indaghi tra i vari partecipanti al viaggio. Sa sono quei viaggi organizzati, quindici giorni a lire tot tutto compreso.
– Vuole che vada in Spagna? Le costera’ parecchio.
– Perche’, vuole approfittare dell’occasione per fare un viaggetto a mie spese? No, indaghi con quelli che erano in viaggio con lui, sono tutti della Lombardia, mica sono ricco io, sa!
E l’ultima frase la disse gonfiando il petto come fosse un titolo onorifico. Se Salimbeni me l’aveva rifilato era perche’ un’indagine miserabile voleva pur che la facessi, cosi’ sospirai e aprii il blocco, matita alla mano.
– Ho capito. Mi fornisca tutti gli elementi che sono in suo possesso.
– Presto fatto – rispose il mio non desiderato cliente estraendo dalla tasca interna della giacca una busta voluminosa – qui dentro ci sono le fotocopie dei biglietti, il nome dell’agenzia che ha organizzato il viaggio, dei depliants, una sua foto, la fotocopia della sua carta d’identita’, e il mio indirizzo di Busto. Tra poco vado in pensione, lavoro alle poste, ho approfittato giacche’ ero a Milano per lavoro per fare un salto da lei.
– Ecco perche’ la posta funziona male, se tutti se ne vanno in giro a fare gli affari propri… – era la voce della Pina tornata senza che me ne fossi accorto. Stupiva il fatto che la mia vecchietta preferita, che mi faceva da cuoca e da donna di servizio volontaria, si fosse intrufolata nel discorso di un cliente. O forse aveva sentito parte del discorso e si era fatta gia’ un’idea di qual tipo di cliente fosse.
– E chi le ha chiesto qualcosa? – ringhio’ Lasorella.
– Ha gia’ fatto Pina? – dissi battendo sul tempo l’ossessionata da accaparramento che si era portata le mani ai fianchi pronta al contrattacco verbale.
– Si’ – rispose acida. – Adesso le preparo un bel minestrone poi vado dove devo andare.
Il mio cliente, che si era rizzato in piedi pronto al diverbio, si lascio’ cadere sulla sedia sbuffando.
– Ah una cosa, io non sono ricco, anzi… sono ispettore delle poste, la paga e’ quello che e’, dovrebbe proprio farmi una tariffa ridottissima.
– Faro’ il meno possibile, piu’ le spese s’intende – risposi allargando le braccia.
– Si’, ma come spese niente taxi, ristoranti di lusso, eccetera neh? Gambe in spalla, mezzi pubblici, un panino, una birretta e via!
Sorrisi.
– Vedro’ di contenere le spese allo stretto indispensabile – risposi alzandomi e dandogli la mano.
Accompagnai il cliente verso la porta e qui si blocco’ annusando l’aria.
– Sbaglio o questo e’ odore di lardo?
– Non sbaglia – rispose una voce proveniente dal cucinotto – perche’?
– Ma il lardo… – prosegui’ il mio cliente avvicinandosi alla zona di cottura – va messo dopo non subito, tagliato in minutaglie con la mezzaluna e…
– E senti questo, dopo cinquant’anni che faccio il minestrone, arriva lui, postino e assenteista, a insegnarmelo!
– Cinquant’anni di sbagli cara signora!
Pina sbuco’ fuori dalla cucina col mestolo in mano ed uno sguardo niente affatto cordiale.
– Lei si impicci delle sue lettere, cartoline e cose varie e lasci l’arte culinaria a chi se ne intende, capito? Altrimenti… – e vibro’ il mestolo nell’aria.
Pasquale Lasorella mi sorprese per l’agilita’. Scatto’ deciso nello studio, afferro’ la mia riga lunga un metro e dieci e la fece roteare sotto il naso della Pina che in risposta l’incrocio’ subito col suo mestolo.
– Ah, vuole guerra eh? L’avra’!
– Fermi! – urlai a pieni polmoni. – Ma siete impazziti? Lei signor LASorella vuole deporre la mia riga dove l’ha trovata? E lei Pina per favore si interessi solo al minestrone e non ad altre quisquiglie.
Il mio cliente obbedi’ con uno sguardo carico d’odio verso la Pina che, mani sui fianchi, lo seguiva con uno sguardo da doppietta. Giunto sulla porta saluto’ con un inchino.
– Se lei mangia male non m’importa. Cio’ che mi importa e’ che mi sappia dire come veramente e’ morto mio figlio.
Afferro’ il corrimano e scese gli scalini a passo deciso.
– Che bella gente le rifila il Salimbeni! Quello non solo e’ un morto di fame e fanigotone ma anche un maleducato e presuntuoso.
Sospirai e le sorrisi.
– Pina, lei e’ la miglior cuoca del mondo. Nessuno riuscira’ mai a farmi cambiare idea. Lasci perdere. Oh a proposito, com’e’ andata al supermercato?
– Ah, lei che rideva di me eh? Quasi piu’ niente. Sale nisba, zucchero nisba, pasta nisba, solo un po’ di riso, quello pero’ a cottura lunga…
– Poi cosa ce ne facciamo di tutta quella roba?
– Ma ce la mangiamo noh?
– E se la guerra non scoppia?
– Senta Riccardo, io ho una sorella che vive inAmerica da tanti anni. Non ci vediamo da un secolo ma ci scriviamo spesso e ho capito che gli americani non scherzano affatto. Vedra’ se ho torto.
– Va beh, diamo per scontato che gli americani attacchino l’Irak ma che bisogno c’era di imboscare tutta quella roba? La televisione l’ha detto chiaro che non c’e’ motivo di fare niente incette perche’ la produzione e’ abbondante.
– Si’ eh? E se poi la televisione si sbaglia, io cosa mangio? Il televisore?
Non c’era niente da fare, su queste cose Pina era inamovibile! Ricordava sempre la guerra passata, la seconda guerra mondiale, la fame patita, e appena c’era nell’aria un qualcosa che lasciasse pensare a una possibilita’ di restrizione di cibo partiva all’attacco. Probabilmente cantina e solaio erano stracolmi di scatolame vario.
Era il 16 gennaio, pomeriggio, fresco ma con freddo, pero’ da andare in giro ben coperti. Io avevo un bel giacchettone di pelle che avevo preso in saldo in un negozio dalle parti del centro. Non mi era costato poco ma ne valeva la pena. Era un giaccone con chiusura alla montgomery con attaccato cappuccio che pero’ avevo tolto perche’ pesava troppo sulle spalle.
La notizia dell’attacco all’Irak arrivo’ verso mezzanotte. La guerra era ufficialmente scoppiata, almeno a livello emotivo generale. La radio non parlava d’altro e quella notte la passai insonne.
La mattina seguente provai a chiamare Salimbeni. Non c’era. Fu Maccaluso a rispondere.
– Non c’e’ e per oggi non rientra – m’informo’ in modo asciutto.
– Si e’ arruolato volontario per la guerra del Golfo?
– Che spirito idiota! – commento’ troncando la comunicazione.
Chiesi della commissaria Laura Boschi, ma anche lei non c’era. Non feci alcuna battuta a chi rispondeva perche’ non lo conoscevo. Quando mi qualificai aggiunse qualcosa.
– La trovera’ nel pomeriggio, la mattina ha scuola.
Non avevo gran che da fare, pero’ prima di prendere in esame la pratica Lasorella volevo uno scambio d’idee col caro Salimbeni che m’aveva procurato un cliente cosi’ abbiente e generoso.
Quando scesi passando per il cortile che divide la mia casa dalla guardiola fui beccato subito dal portinaio.
– Ha sentito signor Riccardo? La signora Maria e’ stata portata via con l’ambulanza poveretta, mi sa che non tira sera.
La signora Maria e’ quella del cane che le scompariva sempre e si rivolgeva a me per trovarglielo. In realta’ il suo vero cane, un barboncino bianco, era morto anni prima ma lei si rifiutava di accettare quella realta’ e mi commissionava sempre la ricerca di questo benedetto animale. Io andavo al canile municipale e salvavo uno dei destinati alla camera a gas che fosse barboncino, e che grosso modo gli assomigliasse. Mi pagava con dei pesci che diceva di avere da suo marito, morto pure lui da anni. In realta’ non mi pagava mai.
La giornata era fresca con un tiepido sole, l’aria tersa, l’ideale per una bella camminata, cosi’ mani infilate nei tasconi del giaccone mi incamminai verso via Fatebenefratelli. Giunsi alla questura centrale mentre dei camion portavano fuori della terra per dei lavori che stavano facendo all’interno. Due poliziotte in divisa confabulavano allegramente tra di loro senza segnarmi di uno sguardo.
Mi infilai per le vecchie scale che portavano all’ufficio del mio commissario preferito. La stanza era vuota. Gironzolai intorno per vedere se trovavo una faccia amica, ma il personale era tutto nuovo per me, con un sensibile aumento di quello femminile di cui alcune neanche male.
Anche se sapevo che era a scuola provai ugualmente a fare capolino nell’ufficio della commissaria Boschi. Lei non c’era ma seduto al suo posto un agente in borghese, magrolino, mi scruto’ sospettoso.
– Ma lei chi e’?
– Riccardo Finzi, un amico della commissaria.
– Si dice commissario e non commissaria, e poi lei non aveva gia’ telefonato prima? Non le avevo detto di provare nel pomeriggio?
Assentii e salutai portando due dita all’altezza della fronte sempre sotto lo guardo ostile del poliziotto.
Ritornando sui miei passi incontrai almeno una faccia conosciuta se non proprio amica, Maccaluso, il braccio destro di Salimbeni.
– Tu che fai qui?
– Cercavo il commissario Salimbeni.
– Ma t’ho detto che oggi non rientrava e poi c’e’ la guerra o non lo sai?
– Si’, ma io, non c’entro. Hanno fatto tutto gli altri. Allora Salimbeni oggi proprio niente eh?
– Il commissario Salimbeni per oggi e’ assente. Gli diro’ che sei venuto a cercarlo e se vuole ti richiamera’.
– Ciao bellone!
Maccaluso fece una smorfia. Non ci siamo mai piaciuti. Lui ostentava una criniera biondo ossigenato che diceva di portare per motivi di servizio ma negli ultimi dieci anni l’aveva sempre tenuta cosi’.
Arrivai sino a piazza Cavour poi chiamai Ciammarica. Non era in casa e non c’era la segreteria telefonica. Poi improvvisamente mi ricordai che avevamo un appuntamento sotto casa. Mancavano quindici minuti, con un passo svelto tagliando dai giardini, via Salini, poi via Modena, arrivai con qualche minuto di ritardo.
– Alla miseria Riccardo – sbuffo’ Ciammarica all’interno di una Seicento scassata – e’ un’ora che t’aspetto.
– Mentitore bugiardo! Scendi e lasciami il posto guida.
Ogni martedi’ e venerdi’ Ciammarica mi dava lezioni di guida chiedendo in prestito quel quasi catorcio da un suo vecchio commilitone. Era giunto il momento che prendessi la patente anche se la mia antipatia per le automobili non era certo mutata.
– Accendi il motore, ecco cosi’, ora metti la marcia, e lascia la frizione ma piano, cosi’ va bene, adesso metti la freccia e andiamo sul viale Argonne poi alla chiesa rossa giri a sinistra e prendiamo le viette piccole ma poco battute per arrivare sino all’aeroporto.
Quando dava ordini Ciammarica riviveva i tempi felici della vita attiva nell’arma nei secoli fedele. Tono di voce deciso ma non sgarbato. Fronte corrucciata, braccia conserte.
Eseguii le manovre con estrema scioltezza. Guidare un’automobile non e’ certo una grande impresa, puo’ esserci un blocco mentale che la rende piu’ difficile, ma non piu’ una volta presa la decisione.
– Bravo – commento’ il mio maestro -sembri uno che guida da una vita. Ancora qualche lezione e poi puoi presentarti agli esami che adesso sono di una severita’ unica.
Eravamo giunti in via Tucidide e in prossimita’ dell’angolo, all’altezza di un bar, frenai dolcemente.
– Ci facciamo un panino con una birra? – proposi.
– Bene per il panino, ma invece della birra preferisco un quartino di rosso. Fa freddo.
Seduti ad un tavolo in fondo consumavamo il nostro piu’ che frugale pasto mentre aggiornavo Ciammarica sulle novita’.
– Accidenti che bel cliente che t’ha rifilato Salimbeni – commento’ trangugiando un mezzo bicchiere di vino – mi sa che quello invece di pagarti chiede i soldi a te! E Salimbeni che t’ha detto?
– latita. Assente per ora giustificato, ma prima di muovermi voglio sapere il perche’ di questo bel regalo.
Con un gesto della mano Ciammarica ordino’ due caffe’.
– Un caffetino ci sta sempre bene. e’ il secondo della giornata. Ne ho ancora uno da prendere. Piu’ di tre non posso. Andrebbe tutto bene se non ci fosse la guerra. Anzi andiamo di la’ che c’e’ la televisione a sentire le ultime notizie.
Nella sala attigua, piena di gente, c’era un grosso apparecchio televisivo piazzato in alto che trasmetteva riprese di aerei e bombardamenti definiti chirurgici dal comandante in capo dal nome impronunciabile.
– Hai visto che roba Riccardo? – esclamo’ Ciammarica tra lo stupefatto e l’ammirato – c’e’ una telecamera sulla bomba che riprende sino al momento dell’impatto! E che nitidezza, sembra un videogame!
– L’ammirazione era generale ma non mi contagiava. Tutti parlavano di guerra lampo la ricordavo quello che mio nonno raccontava dell’ultima, che doveva essere appunto una guerra lampo e duro’ cinque lunghi anni.
– Il lavoro come va? – chiesi mentre riprendevamo la lezione di guida.
– Neanche male. Borsotti mi da’ un sacco di lavoro. A proposito mi chiede sempre di te. Perche’ non gli fai qualche lavoretto di tanto in tanto? Lo sai che ti stima molto.
– Ma se per tutto il periodo natalizio non ho fatto altro che lavorare per lui? Anzi non gli ho ancora preparato la fattura. Appena torniamo gliela faccio subito.
– Lo sai che paga come un santo. Dovresti vedere che razza di attrezzature hanno. Microfoni direzionali che beccano un colloquio a distanza di trecento metri, pulito, ma pulito sul serio. Macchine fotografiche con degli zoom che arrivano sulla luna. Dovresti attrezzarti anche tu.
– E perche’? – chiesi mentre mi infilavo in viale Forlanini. – Se mi servono li posso sempre affittare, ma i meccanismi tecnologici mi hanno sempre lasciato freddino.
– Di’ pure ibernato. Non ho mai conosciuto un giovane cosi’ poco attratto dal progresso della tecnica come te! E si’ che di cervello ne hai. Hai visto il camion?
– Si’, pero’ l’ho mancato. Dovevo centrarlo?
– Spiritoso. Mi sembrava che gli andassi proprio nel sedere. Va beh, visto come guidi forse sei gia’ pronto per l’esame. Peccato per la disgrazia dei miei amici di viale Umbria.
– Che e’ successo? Morti?
– Macche’, arrestati! Vendevano patenti false!
– Begli amici che hai. Cosa volevi, farmene comperare una per andare a tenere loro compagnia?
– No, ma potevamo avere un esaminatore che chiudeva un occhio nel caso che tu… beh ma tanto te la cavi piu’ che bene.
Fermai la macchina davanti al n. 3/bis di via dei Franchi. I paramenti dell’ingresso erano a lutto.
– Ma chi e’ morto? – domando’ Ciammarica angosciato – quando sono venuto a prenderti non c’erano.
– Dev’essere la signora Maria poveretta!
Arista col volto rigato di lacrime, mi confermo’ la ferale notizia.
Il funerale si sarebbe svolto il giorno seguente, partendo dall’ospedale di via Fatebenefratelli per arrivare a Musocco.
– Va beh, ciao Riccardo io vado. Chiedo io tutti i tuoi documenti poi mi rimborsi. Ah ecco, procurati due foto formato tessera per la richiesta della patente. Mi faccio vivo io eh?
Pina stava mettendo la cera ai pavimenti del mio studio. Appena vi vide entrare si blocco’ portandosi le mani alla schiena.
– Eh non sono piu’ una ragazzina, mi viene male al firön! Sentito che la sciura Maria l’e’ andata anca le?
– Si’ poveretta. Andiamo assieme domani al cimitero?
– Massi’. Ci troviamo addirittura all’ospedale. Devo fare alcune cosette. Ah, guardi che c’e’ una telefonata sulla segreteria.
Schiacciai il pulsante convinto di sentire la voce di Salimbeni invece era il mio nuovo cliente.
– Signor Finzi sono Lasorella. Se ci fossero novita’ puo’ anche chiamarmi all’ufficio postale, le lascio il numero di telefono che e’ il seguente…
– Te capi’ cöm el laöra? Bel cliente. Le ha fatto proprio un bello scherzo il Salimbeni, vah!
Mentre Pina attaccava con vigore l’ingresso io mi ero messo alla macchina da scrivere con la cartellina di tutti i lavori fatti per l’agenzia del Borsotti per stendere la fattura. Ero quasi arrivato alla fine quando Pina mi apparve davanti.
-Secondo lei quanto dura?
– Che cosa?
– La guerra.
– Ma non so, un paio di mesi diciamo.
– Magari, non vorrei durasse un paio d’anni – sospiro’ allontanandosi. – Stasera faccio farfalle in brodo, poi c’e’ la frittata con le cipolle e del buon formaggio.
– Okay Pina, saro’ puntuale come una cambiale. Ore sette.
Implacabile come non mai. I suoi orari sono sempre stati pranzo alle dodici, cena alle sette. Da epoca immemorabile. Se si voleva gustare la sua cucina bisognava adeguarsi. Io mi ero adeguato da un bel pezzo.
La fattura del Borsotti era piuttosto pingue anche dedotti i vari anticipi che avevo ricevuto. Ero moderatamente soddisfatto. Avevo ancora alcune pratiche da aggiornare sotto il profilo della contabilita’ e poi non mi rimaneva che intestare una pratica al nuovo cliente signor Pasquale Lasorella. Cosa che feci ma di mala voglia.
Col pennarello blu scrissi nome e cognome in stampatello e aprii la busta che m’aveva consegnato. Guardai la foto del figlio. Un bel ragazzone dal sorriso stereotipato. Poi la carta d’identita’ in fotocopia. Aveva ventitre’ anni. Il depliant dell’agenzia di viaggi Milanesissima che offriva due settimane in giro per la Spagna per poco piu’ di un milione. Il punto di partenza sarebbe stato l’agenzia, ma non avrei mosso un dito prima di avere parlato con Salimbeni.
Visto che la cena era alle sette, avrei fatto a tempo ad andare al cinema allo spettacolo delle otto e mezzo. Avevo tentato piu’ volte di vedere “Il the nel deserto” di Bertolucci ma avevo sempre trovato code lunghissime. Forse era la volta buona.
Feci un giro di telefonate per trovare qualcuno che volesse dividere con me il piacere della serata, ma ne’ Paola, ne’ Marisa, ne’ Marina erano disponibili. Tutte impegnate a vedere in televisione quello che trasmettevano sulla guerra del Golfo. Si erano pure sorprese che fossi cosi’ insensibile da andarmi a svagare in un momento cosi’ tragico.
La febbre della televisione aveva intaccato anche Pina. In salotto, quello buono che si usava due o tre volte all’anno, c’era un vecchio cassone, che prendeva solo due canali, roba quasi matura per essere esposta al museo della scienza e della tecnica, pero’, ecco la novita’, aveva comperato un sedici pollici e l’aveva piazzato in cucina, cosi’ poteva seguire tutta la guerra minuto per minuto.
– Ci diamo alle spese pazze eh? – commentai ironico.
– Nemmeno per sogno. Quello del negozio di elettrodomestici in via Giovanni da Milano, faceva una svendita. Due di questi affari a settecentomila lire, e sono anche a colori. uno e’ per lei. Glielo portero’ su domattina.
– Ah bene, e che marca e’? Girella? Mai sentita!
– Uh signur, se sta li’ a guardare le marche… Vedere vede, sentire sente, cosa vuol di piu’?
Con un occhio alla televisione e un altro alla pentola Pina servi’ le farfalline in brodo. Una volta seduta punto’ gli occhi al televisore portando automaticamente il cucchiaio alla bocca.
Assaggiai la minestra e feci una smorfia.
– Pina, quanti chili di sale ha comperato?
– Eh? Non lo so, dovrei fare il conto – rispose senza staccare gli occhi dal video – tra le case, cantina e solaio, cento chili, perche’?
– E li ha messi tutti nel brodo delle farfalline?
Finalmente la mia vecchietta preferita stacco’ gli occhi dal televisore e li giro’ su di me stupefatta, e si porto’ freneticamente due volte il cucchiaio alla bocca.
– Oh Madonna signur, dove ho la testa? e’ salatissima infatti. Fa schifo. Non la mangi Riccardo, la buttiamo via!
La guerra doveva avere realmente sconvolto la mente di Pina perche’ in piu’ di dieci anni mai aveva fatto da mangiare qualcosa che non fosse piu’ che buono.
– Mi sa tanto che la frittata con le cipolle non sia una gran cosa. Lo vedo adesso, invece che dorate le cipolle sono tutte nere, bruciacchiate. Ah che roba, mi spiace tanto sa Riccardo? Le faccio una bistecca?
– No, vado a mangiare un hamburger in centro e poi vado al cinema. Non se la prenda Pina. Ho mangiato anche di peggio.
Per tutta risposta si era riseduta davanti al televisore mugugnando qualcosa di incomprensibile.
La sala dell’Odeon dove proiettavano “Il the nel deserto” era un deserto. Contai i presenti, dodici col sottoscritto. L’effetto guerra si faceva sentire, eccome.
Allungai le gambe e mi gustai la proiezione sino al punto di crollare dal sonno. In genere quando mi capita al cinema e’ perche’ sono molto stanco e quindi sono portato a russare infastidendo la proiezione. Mi svegliai di soprassalto. Russavo? Nessuno protestava forse anche loro erano afflitti dallo stesso problema.
Uscii concludendo che il film sia pur ben fotografato, portava all’abbiocco.
Il giorno seguente non ebbi il tempo di chiamare Salimbeni perche’ il funerale era alle undici. Trovai Pina tutta bardata di nero, assieme alla Arista in rappresentanza della famiglia dei portinai, alcuni inquilini di via dei Franchi 3/bis e nessun altro. In tutto una quindicina di persone.
Dopo la funzione un pullmino ci trasporto’ al cimitero di Musocco dove la bara fu deposta in una fossa. Scavata di fresco.
– Raccolga quella roba li’ sulla sua sinistra – mi sussurro’ la Pina dopo l’ennesimo segno della croce.
Si trattava di una parte della scatola d’una confezione di biscotti. Gliela porsi.
– Ma che se ne fa? – bisbigliai.
Non vede che c’e’ il bollino della prova d’acquisto? Con venti di quelli le danno una teiera in simil-argento – rispose staccando pezzettino che l’interessava.
– Ora puo’ buttarla via, ma in un cestino, non in terra. Ma poi mi domando e dico: si viene al cimitero a mangiare i biscotti?
Arista era la piu’ dispiaciuta. Singhiozzava abbondantemente.
– L’ho conosciuta da sempre. Da piccola mi raccontava le favole e mi dava sempre le caramelle. La figlia del custode degli altrui averi di via dei Franchi 3/bis era ormai una graziosa maggiorenne calma e per niente esagitata, tutto il contrario della pestifera bambina che incontrai per la prima volta al mio arrivo a Milano.
– Riccardo perche’ si deve morire? Non sarebbe meglio che si vivesse per sempre? – mi chiese aggrappandosi al mio braccio.
– Non saprei, forse ad un certo momento saremmo un po’ in troppi. Non ti pare?
Scosse la testa violentemente per poi tuffare il volto nel fazzoletto.
– Cosa fa lei Riccardo? Vado a mettere qualche fiore sulla tomba del mio Ernesto poi io e l’Arista prendiamo il tram sino in centro e poi l’autobus. Lei viene a casa o va dal commissario Salimbeni per sapere come mai le ha rifilato quella fregatura?
Una cosa era certa, se il mio ultimo cliente Pasquale Lasorella a me piaceva poco a Pina non piaceva per niente.
– Prendo anch’io il tram sino in centro, poi faccio due passi a vado a trovare Salimbeni. Qualche spiegazione me la deve dare!
– Lo credo bene – commento’ Pina impettita.


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