I Gialli di Riccardo Finzi

– SIGNORI, VA IN ONDA IL CRIMINE –

CAPITOLO 1

L’uomo giaceva sul parquet, braccio nudo stretto da una cravatta, siringa poco distante, bava alla bocca e occhi stralunati. Le altre fotografie lo mostravano da altre angolazioni in una stanza dal disordine imperante. – Ma che diavolo cercavano? – chiesi piu’ a me che al commissario Pace che si strinse nelle spalle abbozzando un sorriso._ – Non trova curioso tutto questo? – ripresi stavolta guardando negli occhi l’uomo che mi stava seduto davanti. – Un morto per overdose senza nemmeno un laccio emostatico, c’e’ la siringa ma non ho visto altri attrezzi del mestiere, chesso’ cucchiaio, fornelletto, et similia. L’appartamento e’ stato tutto buttato all’aria. e’ una messa in scena dilettantesca. Il giovane neo-promosso allargo’ le braccia e fece sentire la sua timida voce sorretta da un sorrisino imbarazzato. – Signor Finzi, il questore Salimbeni mi ha pregato di farle vedere le fotografie e null’altro. C’e’ una indagine in corso e non posso assolutamente rivelare alcun partico- lare se non autorizzato. Annuii. Il nuovo acquisto nelle file della pubblica sicu- rezza si atteneva rigidamente ai regolamenti come era giusto che fosse. Era la prima volta che lo vedevo ma era anche la prima volta che tornavo in questura in Via Fatebenefratelli dopo il fattaccio di Maccaluso. Il non trovare il questore Salimbeni amico da tempo immemora- bile sin dal mio primo caso d’omicidio mi faceva sentire a disagio. – Quando toglierete i sigilli all’appartamento? Almeno questo puo’ dirmelo. O e’ un segreto? – Oh posso rispondere senza problemi signor Finzi: non lo so. Se mi e’ permesso darle un consiglio aspetterei il ritorno del dottor Salimbeni, che sara’ in questura domatti- na presto, e a lui potra’ rivolgere tutte le domande che riterra’ opportuno fare. Il Pace si era quasi liberato di un peso che aveva sullo stomaco. Parlo’ con tono di voce basso ma senza interrompersi mai, nemmeno per prendere fiato. Fini’ in apnea. Il morto si chiamava Aldo Brambati ed era il figlio di una amica della Pina, la mia governante e cuoca volontaria che abita un piano sotto di me in Via dei Franchi 3/bis dove ha sede la gloriosa Agenzia Investigativa Riccardo Finzi che ha nel sottoscritto il suo unico titolare. e’ stato proprio per accondiscendere a una sua preghiera che ho accettato questo caso a condizioni sfavorevoli. La cliente godeva di una piccola pensione dello stato e null’altro, fatta eccezione per qualche titolo azionario di modesto valore lasciatole dal marito, quando si era trasferito in altra dimensione lasciandola vedova. Tutto inizio’ un paio di settimane prima quando Pina torno’ a casa da una sua puntata in centro per acquisti. – Che razza di imbroglioni che ci sono in giro – escla- mo’ entrando nel mio appartamento usando la sua chiave, mentre stavo controllando l’estratto conto della banca. Alzai lo sguardo interrogativo. – Per andare in Piazza San Babila ho preso l’autobus e a una fermata sale su un giovanotto sui vent’anni, tutto stracciato e sporco e attacca la litania. e’ scappato dal Kosovo perche’ i serbi gli hanno ammazzato i genitori, fratelli, sorelle, nonni, tutti insomma, lui solo e’ riuscito a fuggire e, attraverso l’Albania, ad arrivare qui. Parlava un italiano un po’ stentato, aveva un tono di voce piagnu- coloso e tanti, compreso quella scema della sottoscritta, aperto il borsellino, hanno dato dei soldi! – Tiro’ il fiato e mi guardo’ facendo notare che aveva in mano la giacca blu che aveva ritirato dal tintore, mi alzai per prenderla. – Bene, sono andata in centro per vedere i saldi estivi e detto tra noi te li raccomando, la maggior parte e’ fufa della peggior specie, poi mi sono detta perche’ non andare a trovare una mia vecchia amica che sta a Loreto, cosi’ prendo la metropolitana e chi ti trovo, quello stesso del Kosovo che stavolta pero’ faceva il curdo! Stessa menata, i turchi avevano ucciso tutti e chiedeva la carita’ ma stavolta l’ho apostrofato io come si meritava: “ehi lei, ma un paio d’ore fa era uno del Kosovo e adesso e’ un curdo, lei ci sta prendendo in giro, non si vergogna?” – L’ira era divampata sul viso di Pina rendendola rossa come un bel peperone piccante, agito’ il braccio con la stampella di filo d’acciaio e il movimento brusco fece cadere in terra il mio blazer blu coi bottoni argentati. – Oh mi spiace Riccardo – bofonchio’ confusa, – comun- que – soggiunse prontamente con tono aggressivo – e’ ora di comperarne un’altra! Non vede che le maniche sono lise e che la fodera e’ ormai da buttare? In effetti non aveva tutti i torti. Presi la giacca dalle mani tremule della Pina, tremava d’indignazione. – E com’e’ finita col finto kosovaro e finto curdo? – Credeva che fosse imbarazzato? Macche’! e’ venuto verso di me con fare minaccioso, pensavo volesse colpir- mi, poi si e’ bloccato di colpo, ha sibilato qualcosa con tono di disprezzo ed e’ sceso alla prima fermata e l’ho visto salire sulla vettura seguente. Capito che sfacciatag-gine? Capito che arroganza? Ah poi gli altri passeggeri te li raccomando, tutti pecoroni! Quando il falsone si era avvicinato tutti hanno girato la testa dall’altra parte, capito? Non volevano essere coinvolti! Mah, in che mondo siamo finiti! Tutti questi stranieri lasciati entrare cosi’, non mi meraviglierei se quelli del governo prendessero la mezza per ogni clandestino – disse con espressione sprezzante, giro’ la schiena e mentre stava uscendo si ricordo’ di qualcosa. – Stasera c’e’ brodo di carne, cappello di prete lesso con mostarda di frutta e salsa verde fatta da me. Se il menu’ le va bene, si mangia alle sette, anche sette e dieci. – E usci’. Ero pietrificato. Erano anni che le regole delle Pina erano rigidamente identiche. Si pranza a mezzogiorno preciso e si cena alle sette precise. Aveva mantenuto gli orari che scandivano la vita quando suo marito Ernesto era vivo e mai, dico mai una volta aveva sgarrato e se per mera fatalita’ mi presentavo con un solo minuto di ritardo erano musi lunghi e rimbrotti. Cosa diavolo stava succe- dendo? L’unico modo per scoprirlo era quello di arrivare un minuto prima dell’orario canonico e vedere come buttava. Cosi’ feci, suonai il campanello quando il mio orologio Swatch segnava le diciannove meno un minuto. Sentii del vociare poi la voce tagliente e decisa della Pina, tipica di quand’e’ seccata, ululare: – Qualcuno per favore va ad aprire la porta? – Ah lei e’ quel giovanotto del piano di sopra che fa il poliziotto vero? Si accomodi – disse una vecchietta pic-cola, rotonda e sorridente coi capelli tenuti da una grossa forcella. – Chi era? – domando’ Pina. Seguii la traccia della sua voce e la trovai in camera da letto circondata da sei persone, tutte anziane, le sue compagne d’orazioni. La padrona di casa stava distribuendo dei pezzettini di carta e, da un’anta dell’armadio aperta, si intravedeva un foglio con dei numeri scarabocchiati, appiccicato con dell’adesivo. – Che ci fa qui lei? – domando’ con malgarbo. – Sono le sette e un minuto, anzi quasi due, ero puntua-lissimo per la cena ma vedo che e’ occupata, devo tornare piu’ tardi? – Non le avevo detto anche sette e dieci? Va beh, ormai e’ qui, vada in cucina che la raggiungo subito. Ho quasi finito. Il pentolone del brodo era sul fuoco a fiamma bassa, la tavola apparecchiata, cosi’ mi sedetti mentre vedevo passare la processione delle vecchiette, tutte col loro bravo bigliettino in mano. Il commiato fu rapido, cosi’ Pina si presento’ un po’ seccata, col cipiglio di chi stava sulla difensiva essendo stata beccata con le dita nella marmellata. Verso’ il brodo, taglio’ il lesso e mi passo’ i piatti con mostarda e salsa senza dire una parola e per rompere il silenzio pesante accese la televisione mignon che teneva vicino al lavello. Sbuffai. – Va bene Pina, lei si aspetta che le faccia una certa domanda ed e’ pronta a mettermi le unghie addosso. Facciamo cosi’, io fingo di non avere visto niente, lei spegne il televisore e parliamo del piu’ e del meno. Le va? La profferta di pace non ebbe gran successo. La mia cuoca preferita divenne purpurea in viso, strinse le labbra e mi punto’ gli occhi addosso. – Io non ho fatto proprio niente di male! Poiche’ quelle donne, le ha viste noh, tutte vecchiette e anche un po’ rimbambite, vogliono giocare al super-enalotto, abbiamo studiato un sistema; io raccolgo le puntate e poi vado a giocarle da sola, cosi’ abbiamo un tagliando unico e le ricevute che do servono per sapere quanto hanno puntato in caso di vincita. – Il tono era di quello indignato. Assentii gravemente e versai un cucchiaio di salsa verde su un pezzo di lesso. – Ottima questa salsa, tutto buono, brodo, lesso, la mostarda, ma questa salsa e’ davvero divina, mai mangiata una cosi’! – Ero sincero. Pina sorrise compiaciuta, si alzo’ e mi diede alcune scatole di cibo per gatti. – Per il suo spitinfio bianco. Ma lo sa che e’ davvero originale quel gatto? e’ da un po’ di tempo che appena mi vede mi soffia! Ma diavolo, sono io che gli porto spesso da mangiare e mi ripaga cosi’? – Oh povero gatto, non gli ho dato la pappa, salgo su subito a mettergli una di queste scatolette nel piatto. – Feci per alzarmi. – Aspetti – disse Pina prendendomi il braccio, – non ha ancora preso il caffe’ e poi devo chiederle una cosa. Tornai a sedermi in attesa che l’oracolo parlasse ma Pina preferi’ smanettare sul fuoco, scaldare la moka e mettere in tavola le tazzine. – Allora Pina? Non penso voglia chiedere le mie opinioni sui numeri dell’enalotto, ma a proposito perche’ non mi ha offerto di partecipare al sistema? Un deca potrei anche mettercelo. – Va beh, ne parliamo, poi io volevo dirle di un omicidio. – Ah, questo si’ che e’ interessante? Chi e’ la vittima? – Il figlio della signora Brambati, si chiama, anzi si chia- mava Aldo. e’ stato trovato morto nel suo appartamento a causa di una overdose. Si dice cosi’ vero quando uno prende troppa droga, ma la Clotilde, sua mamma, dice che non ne ha mai fatto uso. – Gia’, i genitori dicono tutti cosi’ – risposi sospirando, – Pensa che si tratti di omicidio solo per questo fatto o c’e’ qualche altro elemento che glielo fa pensare? Pina mi prese la mano e me la strinse, due piccole lacri- me stavano per sgorgarle dagli occhi. – Riccardo glielo chiedo proprio come un piacere perso- nale. La signora Brambati ha una pensione di fame e vive qui dietro in quelle case popolari. Non puo’ pagare il suo lavoro, io le paghero’ le spese vive e non mettero’ in conto il mangiare del gatto. Lo offro io. In quella situazione mi era impossibile rifiutare, cosi’ al- largai le braccia e mi alzai. – Poiche’ non so proprio niente di questo caso, ho bisogno di avere ragguagli; forse i giornali ne hanno parlato, mi faccia avere dei ritagli e qualsiasi informazio- ne… Non finii la frase perche’ Pina aveva aperto un cassetto, estratto una grossa busta rigonfia e me la stava porgendo. – Qui c’e’ tutto quanto puo’ servirle. Ormai conosco la solfa Riccardo. Accetta quindi? – E come potrei rifiutare una cosi’ vantaggiosa offerta? Mi riferisco al cibo del gatto, quello in una vita prece-dente dev’essere stato un bue. Ecco perche’ mi stavo occupando di quel caso che era recentissimo. Alcuni giornali parlavano esplicitamente di overdose, di festino finito male, altri di rapina, vista la casa buttata all’aria, ma erano tutte supposizioni buttate li’ in qualche modo per riempire un po’ di spazio. Il giorno seguente la notizia era gia’ scomparsa dalla stampa. L’unica maniera per accelerare i tempi era quella di chiedere la collaborazione della polizia e il vecchio commissario Salimbeni, divenuto questore con le nuove terminologie, mi diede il nome di chi se ne occupava, autorizzandolo a collaborare entro i limiti del possibile, termine che a volte voleva significare “niente”. Cosi’, dopo parecchio tempo ritornai al quartier generale della polizia cittadina, in Fatebenefratelli 9. Non c’ero piu’ tornato dopo la faccenda di Maccaluso, vice questore che in un momento di follia aveva ucciso la mia amica Paola e voleva uccidere anche me perche’ l’avevo scoperto. Ero stato piu’ svelto e fortunato di lui. Uccidere un poliziotto, sia pure per legittima difesa, non piace alla categoria e anche se ero stato assolto in istruttoria, sentivo dentro di me un certo disagio a entrare nel fortilizio delle forze dell’ordine, mi sembrava che tutti mi guardassero con odio e che talvolta i loro sguardi minacciassero vendette prossime, cosi’ il rientro lo feci assieme al mio aiutante saltuario Ciammarica, soprannome di Giuseppe Marchini, pensionato della benemerita che il destino aveva mandato sulla mia strada parecchi anni or sono. Quando mi accomiatai dal commissario Pace trovai Ciammarica seduto sulla panca in corridoio ad attendermi. – Allora, com’e’ andata? Saputo qualcosa di interessante? – mi chiese ammiccando. Scossi la testa. – L’amico e’ di fresca nomina, ha paura di sbagliare e nel dubbio tiene la bocca chiusa. Bisogna aspettare che torni Salimbeni e spero di saperne di piu’. C’e’ una cosa che balza agli occhi pero’… – Cosa ? – e’ una messa in scena. Pensa un po’ costui avrebbe usato la cravatta come laccio emostatico, un drogato esperto quindi, pero’ non si sono trovate tracce di altri buchi! Questo l’ho sbirciato dal rapporto dell’autopsia che il poliziottino aveva nella cartellina ma che non mi ha fatto vedere! La casa all’aria sta a significare che cercavano qualcosa. Forse e’ stato ucciso e messo in quella maniera perche’ il fatto serva da monito a qualcun altro. – Giusto – intervenne prontamente Ciammarica, – e’ un sistema in uso tra i mafiosi, un avvertimento mortale per spaventare gli altri! – Che hai saputo di questo Aldo Brambati in banca? – Niente di particolare. Stimato, ritenuto un po’ sogna- tore, ogni tanto scriveva, chi dice poesie, chi racconti, chi storie per film… Pare fosse amico di tutti ma non aveva una ragazza fissa, questo almeno a detta dei colleghi. – Sentiro’ dalla madre che mi sa dire dei suoi hobbies e comunque la cosa importante e’ perquisire bene casa sua appena la polizia toglie i sigilli. Qui che aria tira? – do- mandai con noncuranza alzando gli occhi verso le parti nobili dello stabile di Via Fatebenefratelli. – Riccardo guarda ti posso garantire che qui nessuno nutre per te del malanimo per la questione Maccaluso. Arrivo persino a dire che era cosi’ antipatico sia ai superiori che ai colleghi, per non parlare dei sottoposti, che il dramma l’hanno preso bene. Non devi sentirti a disagio a venire qui anche perche’, col mestiere che fai, ci devi capitare spesso ! Il rapporto di Ciammarica mi aveva sollevato. Prendem- mo insieme un caffe’ alla pasticceria Roffia di Via Turati poi ci lasciammo con l’intesa di aggiornarci dopo che avrei parlato con la madre del defunto e con Salimbeni. Il posto migliore per intervistare la signora Brambati era la casa della Pina, che avrebbe anche gradito la cosa, cosi’ passai nell’androne della mia casa-ufficio sperando che la mia vedova preferita fosse in casa, quando mi sentii apostrofare. – Ciao gasato ! Si trattava di Arista, la figlia del portiere divenuta titolare a tutti gli effetti, essendosi il padre ritirato a Reggiolo, e avendo la figlia piu’ grande Eloide, rinunciato in favore della sorellina che si era anche fidanzata e che conviveva con un immigrato jugoslavo assolutamente in regola col permesso di soggiorno. – Perche’ gasato? – Perche’ ieri sera ho visto alla tivu’ un telefilm del Tenente Colombo e ho capito perche’ tu chiami il tuo gatto Gatto! e’ perche’ lui chiama il suo cane Cane! Sei un copione, un copione gasato. Sorrisi mentre mi dirigevo all’ascensore che e’ sempre stato un soggetto piuttosto preoccupante in quello stabile perche’ funzionava o smetteva di funzionare senza motivo apparente, questo a dispetto dei continui controlli e verifi- che e abitando all’ultimo piano la cosa mi interessava particolarmente. Fui fortunato, collaboro’ portandomi davanti alla porta di Pina. – e’ proprio una bella idea, la vado a chiamare perche’ non ha il telefono. Ci vediamo qui da me tra un’ora? Pina s’infilo’ un soprabito e usci’ di corsa. Appena aprii la porta di casa trovai Gatto seduto sulle zampe posteriori che mi guardava con fare interrogativo. Nel suo piatto il contenuto di una scatoletta era li’ come glielo avevo messo, non l’aveva toccato. Un miagolio prolungato mi trapano’ l’orecchio, il mio coinquilino pretendeva che gli fornissi del cibo di suo gradimento, cosi’ aprii un’altra scatoletta di una diversa marca. L’annuso’ titubante poi con molta cautela prese in bocca un pezzo, poi un altro e alfine decise che si poteva mangiare. Notai la spia della segreteria telefonica che lampeggiava. C’erano diverse telefonate tra cui una di Salimbeni. – Cos’ha questo caso di cosi’ speciale per interessare un famoso investigatore privato come Riccardo Finzi? Comunque sono tornato, ti aspetto domattina alla dieci e sii puntuale perche’ ho un sacco di cose da fare. Parlando sia con la madre che con Salimbeni avrei potuto avere una idea piu’ precisa della vita privata e delle abitudini di questo defunto che veniva descritto da tutti come mite, sognatore e onesto. Gatto aveva slappato tutto con voracita’, lasciando il piatto pulito come dopo un lavaggio in lavastoviglie. Andai a controllare bene la scatoletta rifiutata ed era una marca nuova del tutto sconosciuta, “Belgatt” mai sentita prima. – Sono qui a portare una protesta da parte di Gatto alla quale mi associo totalmente. L’accordo per la fornitura gratuita del suo cibo per tutta la durata delle indagini escluse marche ignote, dal contenuto indefinibile e l’immediato ripristino delle marche e dei gusti consolidati nel tempo. – Tutta questa montagna di parole per dirmi che ho pre- so una marca sbagliata? e’ stato un caso, rassicuri il suo simpaticone bianco che avra’ fagiano e carni prelibate servite su un vassoio d’argento. Venga in sala, la signora Brambati e’ li’ che l’aspetta. Prende un caffe’, vero? Registrai tutto il colloquio su nastro e fu uno di quegli interrogatori che mi fanno pentire di avere scelto questa professione. La signora Clotilde aveva il cuore a pezzi, si interrompeva sovente per piangere e proclamare l’asso- luta estraneita’ del figlio a questioni di droga, in certi momenti il colloquio era diventato straziante. Il quadro che ne ricavai fu il seguente: Aldo Brambati lavorava in banca da quasi dieci anni e non esisteva nessun appunto nei suoi confronti sul piano del lavoro. La peggior critica che emerse fu “distratto”, che non ha molto a che fare col codice penale. Abitava in un piccolo appartamento in Corso Plebisciti, poco distante dalla madre alla quale provvedeva versando una discreta somma mensile da aggiungere alla modesta pensione. Un bravo figliolo quindi. Sul piano personale aveva avuto per diverso tempo una ragazza tale Diana Dorino e dopo diversi anni si erano lasciati senza drammi. Usciva poco la sera e pare che il suo hobby fosse scrivere, un po’ di tutto: novelle, poesie, sceneggiature per il cinema e pareva avesse iniziato anche a scrivere un romanzo. Il giro degli amici era rappresentato da alcuni colleghi di lavoro e amici del bar. Insomma una vita cosi’ incolore che se fosse poi emerso che aveva una doppia vita da spacciatore ne sarei rimasto stupefatto Suono’ il telefono, non quello dell’ufficio ma il telefoni- no o cellulare che dir si voglia. Eh si’, c’erano stati diversi cambiamenti nella non molto premiata Agenzia Investi-gativa Riccardo Finzi e la tecnologia era entrata di prepotenza nella struttura, non perche’ gli affari andassero a gonfie vele, anzi diciamo pure che andavano a vele mosce, ma per una serie di fortuite combinazioni che avevano ripristinato l’antico modo di commerciare, il pagamento in natura. Cosi’, facendo un lavoro di indagine su una impiegata di un negozio di telefonini, per farmi pagare accettai due apparecchi a scheda, uno per me e l’altro per Ciammarica che mi stava appunto chiamando. – Riccardo, sono qui al bar Susa, sai che il tuo morto veniva qui spesso? Il gestore non e’ un tuo cliente? Se vieni e mi offri un caffe’ gli puoi parlare. Allora arrivi? Okay ti aspetto. L’altro cambiamento era rappresentato dal computer. Situazione quasi analoga, solo che stavolta si trattava di un consulente del lavoro che prima di cambiare residenza mi pago’ appunto in natura. – Finzi non ho una lira. O prende quel pc o si attacca al tram – mi disse senza perifrasi. Si trattava di un ibm Aptiva, aveva ancora il libretto delle istruzioni cosi’, con pazienza anche non amando l’oggetto, avevo imparato ad adoperarlo e messo definiti- vamente in soffitta la vecchia Underwood che Pina mi aveva consigliato d’andare a vendere a un antiquario. La storia del bar di Piazza Susa risale sin dal giorno dell’apertura della mia agenzia. Il titolare divenne subito mio cliente e da allora si erano alternati tanti gestori ma tutti si rivolgevano a me in caso di necessita’. Qualche anno fa il bar era diventato un punto di incontro di extracomunitari di malaffare, poi l’area era stata bonificata e i dediti a micro e macro criminalita’ si erano sposati dall’altra parte della piazza in un bar che dava sull’angolo. Entrando fui accolto con viva sorpresa dal padrone. – Buongiorno signor Finzi, io l’assegno gliel’ho manda- to, non l’ha ricevuto? – Tutto in ordine, sono qui per delle informazioni su un caso di cui mi sto occupando. Ciammarica era seduto a un tavolino a destra dell’ingresso e mi fece un segno con la mano. – Ah il signore lavora per lei vero? Si’, Aldo lo ricordo bene veniva qui spesso a giocare a carte con dei ragazzi, ma tutta gente per bene. Non beveva nemmeno, sa cosa consumava? Una camomilla! Scivolai sulla sedia vicino a Ciammarica abbastanza deluso. – Senti qui sta venendo fuori il ritratto di uno che viveva in convento. Non beveva alcolici, niente fumo, donne una e l’ha mollata o e’ stato mollato! Com’e’ possibile che un tipo del genere fosse immischiato nel giro della droga? – Ma sai talvolta i piu’ insospettabili…beh insomma nei libri gialli e’ spesso cosi’ – preciso’ vedendo la mia espres- sione ironica. – Comunque un dato e’ certo: e’ morto, e qui le ipotesi sono due o si e’ ucciso lui con una overdose, oppure l’hanno ucciso. Non aveva buchi nel braccio? Poteva essere la prima disgraziatissima volta. – Ci rimane la ragazza, quella Diana vattelappesca, per avere conferma delle abitudini del suo ex. La signora Clotilde mi ha dato il numero di telefono. Ci pensi tu a trovare l’indirizzo e a contattarla? Io domattina alle dieci sono da Salimbeni e sapro’ qualcosa di piu’. Ciammarica strizzo’ l’occhio e si alzo’. – Beh io vado, ho gia’ consumato il caffe’, offri tu noh? Io devo fare alcuni lavoretti per il Borsotti, poi la settimana prossima c’e’ da eseguire quel trasporto valori ben pagato, ma ci vuole la pistola. Annuii. Ormai il battesimo del fuoco l’avevo avuto. Il dilagare della criminalita’ mi aveva costretto a prendere quell’arma che da anni Ciammarica implorava portassi e l’avevo usata, dannatamente bene, ma provavo sempre un certo fastidio a portarla addosso, anche se, devo ammetterlo, mi era stata decisamente utile, forse anche vitale. Una sera rincasavo tardi dopo avere fatto un particolare lavoro di scorta armata. Ero quasi giunto al portone quando da dietro delle macchine in sosta balzarono fuori due africani, uno grande e grosso con in mano una lama affilata che rifletteva sinistra alla luce del lampione inquadrando anche i suoi occhi carichi d’odio. L’altro, il piu’ mingherlino, era alle spalle, anche lui con coltello in mano, ma era molto a disagio, tremava. – Dacci tutti i soldi che hai – intimo’ il tipo robusto. Indietreggiai sino a mettermi le spalle al muro, i due si presentarono a ventaglio. Il magrolino guardava me poi il suo complice, disse qualcosa balbettando, l’altro si rivolse a me ruggendo – I soldi ho detto o ti sbudelliamo! Portai la mano sotto l’ascella ed estrassi la pistola. Alla vista dell’arma l’africano alla mia destra, quello piu’ indeciso, emise un suono che sembrava un rantolo. Si giro’ per scappare, urlando verso il compare. – e’ armato, e’ armato! – poi decise che era meglio fuggire. Si dileguo’ nel buio. L’altro, il piu’ minaccioso, aveva fatto istintivamente un passo indietro ma non era del tutto convinto della neces- sita’ di lasciare la preda. – Quella pistola e’ finta! – sibilo’. – Fai ancora un passo e lo scoprirai. Mi rovescio’ gli occhi addosso scagliandomi con lo sguardo tutto l’odio che provava dentro, emise un urlo, come da belva ferita, e spari’ dalla mia vista. Quello non voleva solo i miei soldi, voleva anche la mia vita. Tirai un sospiro di sollievo perche’ l’arma era scarica! Avevo tolto il caricatore e non lascio mai un colpo in canna. Devo ammettere d’essermi spaventato, forse per la sorpresa, forse per l’incredibile degrado e l’insicurezza ormai palpabile che era diventata una forma di malvivere quotidiano accettato supinamente. Presi due camomille ristrette prima di riuscire a prendere sonno. Ma fu di breve durata. Seguendo il consiglio di un amico medico, invece di girarmi e rigirarmi nel letto mi alzai accendendo la televisione. Davano una vecchia comme- dia dialettale genovese in bianco e nero, ma non riuscii a concentrarmi, la mia mente vagava attorno al mistero di Aldo Brambati, persona tranquilla che aveva raggiunto una tranquillita’ eterna probabilmente non per sua scelta. Il caso, che al primo momento mi aveva infastidito, ora incominciava a prendermi! D’altronde quando c’e’ un mistero, c’e’ sempre la voglia di svelarlo. Penso si chiami deformazione professionale. Gatto che dormiva sul letto alla mia sinistra, apri’ due fessurine ed emise un flebile “miao” quando tornai a letto. Non sapro’ mai se fosse un benvenuto o una protesta perche’ l’avevo svegliato. Dormii sino alle otto quando la Pina, puntuale come un sergente prussiano, entro’ nella stanza con il caffe’ fumante e il giornale del mattino. – Che ne pensa della signora Clotilde? – mi domando’ a bruciapelo mentre mi stiracchiavo. – Devo pensare qualcosa? Mi sembra una povera donna, prostrata dal dolore – risposi sbadigliando. – Non intendevo quello, volevo dire pensa che il figlio sia veramente stato ucciso? – Dagli elementi che sono emersi sino ad ora – risposi mentre giravo il cucchiaino nella tazza – mi sembra piu’ il ritratto di San Francesco che quello di un drogato. Stamattina alle dieci ho appuntamento con Salimbeni e chissa’ mai che mi chiarisca un po’ la situazione che e’ davvero curiosa, anzi dannatamente strana. Pina assenti’ gravemente.


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