I Gialli di Riccardo Finzi

– RAPINA TRAGICA-

CAPITOLO 1

– e’ un barbone, barbone e pezzente, ecco cos’e’! – ringhio’ Pina sbattendo la porta alle spalle.
– Con chi ce l’ha? – domandai sospendendo la lettura di una noiosa circolare della categoria.
– Ma con quel morto di sonno dell’orologiaio. Sino a ieri vendeva orologi della mutua, adesso con gli Swatch invece di venderli a prezzo di listino sa cosa fa?Li vende a prezzi maggiorati!Sa cosa chiede per un Crono? Dica, su, dica. . .
– Non lo so, Pina – risposi stiracchiandomi, – non ne ho la piu’ pallida idea.
– Uff – sbuffo’ la mia donna di servizio e cuoca volontaria – lei non sa mai niente di queste cose. Mi chiedo in che modo viva. Tutti fanno raccolta di Swatch e lei invece. . . va ben tanto per darle un’idea quello che ha al polso e’ uno Swatch normale che le ho regalato io a Natale e costa cinquantamila lire.
– Ah – commentai aggrottando la fronte.
– Si’, lo so, i prezzi dei regali non andrebbero mai detti ma tanto, prima o poi si sanno! Bene, allora, cinquantamila lo Swatch normale, ora indovini un po’ per uno Swatch Crono? – chiese aggressiva.
– Non, so, cinquecentomila?
– Ah va beh, se e’ cosi’ sto perdendo il mio tempo – commento’ scuotendo la testa delusa. – Si prenda questa busta, l’ha portata un ragazzo di quelli col telefonino a tracolla. . . – soggiunse appoggiando una busta arancione sul tavolo. – Voleva consegnarla personalmente ma quando gli ho detto che c’erano sei piani da fare a piedi il lendenun ha fatto firmare a me. Ho fatto male?
– No, Pina. Ha fatto benissimo – le risposi con un largo sorriso.
La donna assenti’ gravemente poi apri’ la porta, ma prima d’uscire si rivolse nuovamente a me.
– Il prezzo di un Crono e’ di centomila lire, e quello ne vuole duecentoventi. Non e’ un ladro e barbone?
– In effetti. . . – commentai compito.
Pina storto’ la bocca e alzo’ le spalle.
– Stracotto con polenta, con un po’ di sottaceti fatti da me. Se il menu’ e’ di suo gradimento l’orario di cena lo sa – sbotto’ chiudendo la porta dolcemente.
La raccolta degli orologi svizzeri multicolori era la moda del momento e Pina si era lasciata contagiare. Sorrisi divertito. Osservai la busta che avevo davanti, riportava il mio nome e cognome con la scritta “personale”. Non c’era traccia del mittente.
L’aprii.
Il contenuto mi sorprese. C’era una busta rettangolare contenente dieci biglietti da centomila per un totale d’un milione di lire e un bigliettino scritto a macchina.
“Per il suo disturbo. Legga bene. La chiamero’ prima delle otto. L. D. “.
Allegati c’erano due ritagli di giornale risalenti al 12 febbraio 1975. “Colpo grosso alla banca. Piu’ di un miliardo il bottino” diceva il primo e “Tre morti per un miliardo volatilizzato” il secondo. Lessi con attenzione.
Si trattava di una rapina in piena regola finita nel sangue. Tre dei quattro banditi uccisi ma il malloppo di un miliardo e passa era scomparso assieme al quarto uomo. C’era una discordanza tra i due quotidiani. Il primo diceva che gli uomini entrati in banca erano tre, il secondo che erano quattro. Pensai a un errore della fretta. Mi rimaneva difficile credere che il palo, quello che sta in auto con motore acceso, fosse entrato anche lui, a rischio di uscire e scoprire che un collega gli aveva soffiato il veicolo.
Guardai l’orologio multicolore che avevo al polso, dono della Pina il passatoNatale. Erano le sette meno venti. Non mi rimaneva che attendere paziente. Ingannai l’attesa mettendo ordine in archivio e dando una sbirciatina alla situazione entrate e uscite che non era neanche malaccio. Alle sette e due minuti trillo’ il telefono.
– Signor Finzi, il suo orologio va indietro. Le sette sono passate da due minuti – mi rammento’ Pina con tono sarcastico.
– Mi spiace, Pina, ma aspetto una telefonata da un cliente. Temo proprio che dovro’ rinunciare al suo stracotto.
– Ah! Va beh, domani e’ buono lo stesso. Glielo metto in frigo. A proposito ha ricevuto posta da mia nipote Nancy?
Nancy era la nipote americana di Pina che avevo conosciuto a Los Angeles.
– No. Una cartolina per Natale con gli auguri di rito e basta.
– Mia sorella dice che sta scrivendo in italiano, ma sa che non hanno ancora ricevuto la bottiglia del mio cedro?E si’ che l’ho spedita per via aerea!
Il cedro di Pina, fatto da lei con ricetta segreta tramandata da lustri immemorabili dalle donne della sua famiglia era una delle piu’ grosse schifezze che mi fosse mai capitato d’assaggiare. Ma lei era tanto orgogliosa del suo lavoro che quando capitava il ferale momento di berlo lo ingurgitavo d’un colpo. Ora aveva esteso la sua diabolica mistura anche ai parenti d’America.
– Beh sa, sotto Natale le poste sono appesantite da un maggior numero di corrispondenza e qualche ritardo e’ comprensibile!
– Va beh non le voglio tenere la linea occupata se aspetta una chiamata. Buon lavoro.
Continui il mio operato di riordino, anche nei cassetti della scrivania, ordinando pure le graffette e gli elastici nelle apposite vaschette.
Alle otto meno qualche minuto arrivo’ l’attesa telefonata.
– Il signor Riccardo Finzi? Ha ricevuto la mia busta? Ha letto i ritagli di giornale? – domando’ una voce grave.
– Si’, ho letto. Ma con chi parlo?
– Ha tempo e voglia di occuparsi del caso? – prosegui’ la voce cavernosa senza rispondere alla mia domanda.
– Tempo ne ho anche se non ho capito di cosa dovrei occuparmi.
– Glielo spieghero’ di persona. Ce la fa a essere qui da me diciamo entro le otto e mezzo?
– Penso di si’. Sarebbe pero’ una cosa carina avere l’indirizzo e anche il suo nominativo, cosi’ l’approccio riuscirebbe meglio – gli dissi con tono marcatamente ironico.
– Certo – rispose asciutto, – mi chiamo Learco Dellapace, dottor Learco Dellapace, sono il presidente della Banca ***. Sono qui in sede in Piazza ***.
– Saro’ puntuale come una cambiale – risposi agganciando.
Avrete notato che al posto del nome della banca e della sua locazione ho messo degli asterischi. Questo, come comprenderete meglio nello sviluppo della vicenda, per evitare che la banca in questione, seccata per una ipotetica pubblicita’ negativa, mi faccia una querela per danni di qualche miliardo obbligandomi a lavorare per il resto della mia vita per pagarla. Cosi’ chiamero’ questa banca “Centrale” e l’indirizzo della sede Piazza Nord Ovest.
Scesi le scale di corsa e mi catapultai in strada sicuro di trovare al posteggio di Piazza Susa una lunga fila di taxi che aspettasse solo me. Invece era deserto.
Tutt’intorno c’era l’abbandono piu’ deprimente. Il bar era gia’ chiuso cosi’ mi avviai verso la cabina telefonica dall’altra parte della strada. Avrei cercato il numero della Banca Centrale sulla guida e chiamato l’esimio presidente per avvertirlo che avrei tardato di qualche minuto.
Non fu possibile attuare la cosa perche’ l’apparecchio telefonico mancava della cornetta. Qualcuno l’aveva asportata per ricordo. Camminai sull’orlo del marciapiede per tutto Corso Indipendenza nella speranza di trovare qualche macchina gialla di passaggio ma senza fortuna. Sbuffai.
Ero seccato di mancare in una delle piu’ necessarie qualita’ per essere presi in considerazione nella metropoli lombarda: la puntualita’.
All’angolo con Via Fiamma vidi una vettura pubblica che si fermava scaricando il passeggero. D’un balzo le fui appresso e quando salii le otto e mezzo erano gia’ passate da una decina di minuti.
Il tassista era di poche parole e gli piaceva guidare a zig-zag infilandosi bravamente tra un’auto e l’altra, superando la velocita’ sostenuta. Quando mi scarico’ davanti all’ingresso luminoso di un grosso edificio dove campeggiava una grande scritta al neon col nome della banca erano le nove e due minuti. Costo della corsa quattordicimila lire.
Mi grattai la testa perplesso. L’edificio, a parte la scritta, era tutto buio e l’enorme parcheggio davanti completamente vuoto. Mentre cercavo su un piccolo pannello all’ingresso un bottone per chiamare almeno le guardie di sicurezza, un fascio di luce mi investi’ a intermittenza.
Il lampeggio proveniva da una grossa Mercedes chiara, forse metallizzata, parcheggiata al lato destro dell’ingresso. Mi avvicinai al veicolo tenendo la mano davanti agli occhi. Quando fui vicino si apri’ la portiera di destra.
– Il signor Finzi, immagino – disse qualcuno dall’interno. – e’ in grosso ritardo. Stavo andando via. Si accomodi.
Salii nell’auto a fianco di un signore di cui intravedevo i lineamenti solo grazie alla luce della scritta. Faccia rotonda, guance un po’ cadenti, occhiali con sottile stanghetta di metallo, lobbia sulla testa e cappotto di cashmere blu.
– Mi spiace ma ho la macchina a fare il tagliando – mentii – e non e’ facile trovare taxi a quest’ora.
– Uhm. . . va beh, ho ancora cinque minuti – disse consultando un orologio da polso con cinturino d’oro, – vedremo di farli bastare. Ha letto i ritagli di giornale?
– Si’, li ho letti. Tre dei quattro banditi uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia, il quarto si e’ dileguato col malloppo. Non e’ mai stato trovato?
– No. e’ per questo che l’ho contattata.
– Per fare che?Trovare chi era il quarto uomo, diciotto anni dopo? Se non ci e’ riuscita la polizia in tutto questo tempo. . .
– La polizia ha archiviato il caso come insoluto da anni – mi interruppe seccato, – ma c’e’ un fatto nuovo che mi ha spinto a contattarla.
– E sarebbe? – domandai incuriosito.
– La banca ha ricevuto alcuni giorni fa la somma di sei miliardi e duecentoventisette milioni di lire. Inviati da uno sconosciuto che ha allegato un bigliettino battuto a macchina con la semplice scritta “cio’ che e’ stato preso e’ stato reso”.
– Sei miliardi? – esclamai – ma non erano stati rubati un miliardo e qualche spicciolo?
L’uomo giro’ la testa verso di me guardandomi fissamente per quanto potevo intuire nella penombra.
– Sono gli interessi composti di tutti questi anni calcolati a un interesse del dieci per cento. Scomponendo quella somma arriviamo al miliardo e centoventi milioni frutto di quella rapina.
– Ah! – commentai a bocca aperta. Ero confuso. Non mi riusciva di quadrare uno che rapina, armi alla mano, un miliardo e rotti e dopo quasi vent’anni li restituisce con gli interessi legali.
– Ora vogliamo risalire alla persona che ha mandato quei soldi. Vogliamo sapere di chi si tratta. Ma la banca, ufficialmente, deve essere tenuta fuori. Per questa ragione lei trattera’ con me e solo con me. Chiaro?
– Chiarissimo, ma mi sembra un’impresa un po’ ardua, per non dire impossibile – dissi con franchezza.
– Ci provi. Le do’ un mese di tempo. Oggi e’ il primo marzo. In questa busta – e mi passo’ un altro involucro color arancione – ci sono trenta milioni di lire, un milione al giorno, in biglietti di banca. Esenti da tasse quindi. Se entro la fine del mese non sara’ approdato a nulla di soddisfacente abbandonera’ il caso.
– Va bene – dissi deglutendo, – ma ho bisogno di qualche elemento. Ad esempio quando sono arrivati i soldi, come, e dove, qui in sede?
– No, alla filiale dove e’ avvenuta la rapina. Il giorno e’ il 12 febbraio scorso, proprio la ricorrenza del giorno del fattaccio. La somma e’ arrivata per pacco postale raccomandato e assicurato. Inutile dire che il nome del mittente era fasullo.
– Dovro’ parlare con quelli che hanno ricevuto il pacco. Il direttore della filiale ad esempio e. . .
– Trovera’ indirizzo e nome nella busta assieme ai soldi. Telefonero’ domattina alle otto e trenta per avvertire della sua visita. Nella busta trovera’ altri ritagli di giorni seguenti. Una cosa non deve fare: rivolgersi alla polizia. Nessuno deve sapere quanto e’ avvenuto. e’ un vincolo che le chiedo.
– Questo mi tarpa un po’ le ali, ma comunque vedro’ quello che posso fare. Come mi metto in contatto con lei?
– Con questo – rispose mettendomi in mano un telefono cellulare. – e’ un prestito che dovra’ rendermi a lavoro ultimato, qualchessia il risultato. Mi trovera’ sempre ovunque io sia. Per chiamarci schiacci il pulsante e componga A 01. Non mi chiamera’ mai per nome ma in sigla che e’ Alfa uno. Lei e’ Omega dodici. Altre domande?
– Si’, una molto semplice. Perche’ si e’ rivolto proprio a me?
– Non si meravigli cosi’ tanto, non e’ poi uno sconosciuto. Di tanto in tanto il suo nome e’ balzato alla cronaca sulla stampa. Ho fatto prendere informazioni su di lei. e’ serio, riservato e ha sempre tutelato i suoi clienti. e’ quanto mi basta. Accidenti sono in ritardo – esclamo’ dopo aver occhieggiato l’orologio da polso. – Lei e’ venuto qui in taxi ma non posso accompagnarla. Le chiamo un’auto pubblica.
Uso’ un altro telefono cellulare per chiamare il taxi. Io lo osservavo pensoso.
– Sara’ qui tra cinque minuti. Si faccia vivo almeno una volta alla settimana anche se non ha novita’ particolari da riferire. A qualsiasi ora del giorno e della notte. Ora scenda.
Obbedii. Tiro’ la portiera a se’, mise in moto e si allontano’ velocemente.
Rimasi cosi’ davanti al silenzioso e austero edificio ad attendere il taxi con un telefonino in mano e una grande confusione in testa.
Lo stupefacente per me era cercare di dare una sagoma a un individuo che parecchi anni dopo una rapina restituisce il maltolto con gli interessi composti come aveva precisato il presidente della banca. Mi meravigliava anche l’entita’ della somma che in quasi vent’anni era quintuplicata. Se avessi investito un miliardo diocotto anni fa ne avrei sei adesso. Gia’ ma quando mai riusciro’ a vedere un miliardo tutto insieme?
Il taxi arrivo’ nel tempo stabilito e fui depositato davanti all’edificio dove avevo la mia casa-ufficio una ventina di minuti dopo in cambio di diciottomila lirette. L’ascensore funzionava. La cosa non succedeva tutti i giorni anzi, ultimamente malgrado i vari interventi degli addetti alla manutenzione, erano piu’ le volte che si rifiutava di collaborare di quelle che gli ricordavano di essere adibito al trasporto degli inquilini.
Entrando in casa notai la spia della segreteria che era accesa e annunciava una telefonata in entrate. Schiacciai il pulsante dell’ascolto.
“Ciao Riccardo, sono Ciammarica, se rientri prima di mezzanotte mi puoi chiamare? Grazie e ancora ciao”.
La voce del mio saltuario assistente era piuttosto roca, delusa e amareggiata. Composi il suo numero.
– La sai la novita’? – disse appena sentita la mia voce – l’amministrazione non vuole volturare il contratto di casa di mio figlio a mio nome, dice che in questo caso l’equo canone non e’ piu’ applicabile e che l’appartamento andrebbe sul mercato libero.
– Ma che necessita’ hai di metterlo a tuo nome?Se tuo figlio sta fisso a Verona, hai la casa per te no?
– Qui sta la fregatura. Non e’ certo che rimanga a Verona. Potrebbe tornare a Milano e allora sai che bello con la strega?Hai qualche idea?
– Si’, trovati un altro alloggio – dissi sospirando.
– Facile per un pensionato alla fame o quasi come me!Piuttosto sarebbe il momento di dare l’assalto alla Pina. Che ne dici?
Pina Parenti che abita un piano sotto il mio, e’ vedova da parecchi anni, abita da sola in un piccolo appartamento di tre vani. Sono anni che tento di convincerla a prendersi in casa il povero Giuseppe Marchini detto Ciammarica, pensionato della benemerita, ma ho sempre urtato contro il muro di cemento armato della mia cuoca e donna di servizio per autoelezione. Il ricordo del marito, il povero Ernesto, vive sempre dentro di lei e la sua radicata fede cattolica non ammette deroghe. La convivenza puo’ avvenire solo sotto l’egida del matrimonio.
– Chiedile di sposarla – risposi alfine dopo un breve silenzio.
– Sposarci, accidenti. . . beh pero’ che ci perdo? – rispose titubante il mio interlocutore.
– Beh senti, ne parliamo domani, sul tardi, diciamo verso le undici. Alle nove ho un appuntamento ma per quell’ora dovrei essere rientrato. Approfittane per portare un po’ di fiori alla Pina ed essere gentile.
– Fiori?Ah va bene. C’e’ del lavoro in vista?
– Direi proprio di si’. Ti dice qualcosa il nome di Learco Dellapace?
– No, dovrebbe?
– e’ il presidente della Banca Centrale di Milano.
– Uheila! Roba grossa. A domani allora.
Contai i soldi contenuti nella busta. Sempre biglietti da centomila per un totale di trenta milioni. Un milione al giorno aveva detto, ma marzo aveva trentun giorni ma non mi sembrava il caso di fare il pignolo. In fin dei conti il milione mancante, se vogliamo metterla cosi’, l’avevo gia’ avuto con la prima busta.
Feci quattro conti decidendo di versare tre milioni sul conto corrente e di fare per gli altri tre libretti di risparmio due da dieci milioni e uno da otto.
Risolti i problemi contabili mi concentrai sui ritagli di giornale, sia quelli della prima busta che gli altri che poi erano sei in tutto.
L’azione si era svolta il 12 febbraio del 1975, un venerdi’ verso mezzogiorno. Tre individui con passamontagna sulla faccia erano entrati nella filiale di zona Citta’ Studi, armi in pugno, depredando il contante che quel giorno, per i pagamenti di mezzo mese di una impresa edile, ammontava a circa un miliardo e passa. Quanto fosse il passa me l’aveva detto il presidente Dellapace, un miliardo e centoventi milioni. I giornali erano meno precisi, chi un miliardo e trecento, chi un miliardo e mezzo ma contava poco ai fini pratici.
Una volta alleggerita la banca i tre uscirono dove c’era una auto ad attenderli e corsero via a tutto gas in direzione dell’aeroporto.
Fu dato subito l’allarme e due pantere della polizia che erano gia’ in zona intercettarono i banditi. Inseguimento con spari da ambo le parti poi la macchina dei banditi, colpita alle gomme, andava a fracassarsi contro un palo della luce di Viale Forlanini facendo secco il guidatore, tale Gerolamo Gusi. Itre banditi usciti dalla macchina si davano alla fuga, un altro ci lasciava le penne nello scambio a fuoco coi poliziotti, due si dileguavano, ma uno era ferito. Fu trovato ore dopo abbandonato nella campagna con una gamba sanguinante e un colpo alla nuca. Colpo che si supponeva essere stato sparato dal complice.
C’erano i nomi degli altri due. Mario Corbini e Antonio Ceci. tutti pregiudicati naturalmente. Il malloppo era scomparso col quarto misterioso rapinatore. Fine delle notizie dai ritagli di giornale.
Passano diciotto anni e la filiale della banca che e’ stata rapinata riceve un pacco contenente sei miliardi e passa, ovvero l’identica somma rapinata, piu’ gli interessi composti. Un biglietto anonimo informa che cio’ che era stato rubato e’ stato reso. Roba da non credere. Un pentimento maturato nel tempo con resa del maltolto, ma reso cosi’ bene che non e’ stato dimenticato il discorso degli interessi.
Trovare chi era il pentito della situazione era come cercare un ago in un miliardo di pagliai, comunque avrei provveduto a fare la mia brava indagine visto che il compenso era di tutto rispetto. Come aveva reso il maltolto? Contanti o assegno circolare? Gia’ un bell’assegnino di sei miliardi e duecentoventisette milioni non passa inosservato. Ma il Dellapace aveva parlato di un pacco, quindi probabile contanti. L’avrei comunque appurato il giorno seguente, ci sarei andato subito dopo avere sistemato le mie piccole questioni di banca che, pur essendo di tutto rispetto, in confronto alla somma in questione mi sembravano monetine.
Guardai il telefonino cellulare, il tanto decantato e reclamizzato telefono cellulare. Avevo deciso di doverlo usare solo per comunicare col mio cliente e non per telefonate personali. Non mi sembrava carino.
Il mio stomaco mi ricordo’ brutalmente che non avevo cenato. Passai cosi’ in cucinino facendomi due uova strapazzate col prosciutto e una buona razione di caffe’ nero. Avevo scoperto in America quanto il caffe’ si sposasse con le uova, piatto che gli americani fanno con molta perizia.
Accesi la televisione ma non la guardai. La mia mente correva alla filiale della banca e rivivevo a immagini ben nette la rapina com’era stata descritta dalla stampa. Uno si era salvato, quell’uno che le ipotesi davano anche come uccisore del proprio compagno di crimine. Doveva essere per forza un pregiudicato anche lui, vista la compagnia, e come mai la polizia non era riuscita a mettergli le mani addosso?
Una visita al caro commissario Salimbeni in via Fatebenefratelli mi avrebbe agevolato ma il cliente era stato chiaro. Niente polizia. Immaginavo anche il perche’. Sapendo della restituzione del malloppo si sarebbero riaperte le indagini anche da parte della societa’ assicuratrice che si sara’ senz’altro stata e avrebbe reclamato indietro i suoi soldi con gli interessi, composti ovviamente. Mi ricordai di quanto diceva mio nonno, ovvero che chi rapina in banca non sta necessariamente dall’altra parte del bancone.
Cosi’ investito dal segreto professionale potevo contare solo sull’aiuto di Ciammarica, sulle sue conoscenze tra polizia e carabinieri ma da trattare con le molle.
Sono onesto, non e’ che vedessi la possibilita’ di riuscire a dipanare la matassa, ma la curiosita’ mi aveva attanagliato e andai a letto sperando che la notte volasse. Fu cosi’.


All names, characters and logos appearing in these web pages are under protection of the international copyright laws and trade-mark registrations. All rights reserved by Max Bunker.
Copyright (c) 2013 by Max Bunker

 Leave a Reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

(required)

(required)

*