I Gialli di Riccardo Finzi

– PERICOLOSAMENTE TUA –

CAPITOLO 1

Entro trenta giorni da oggi sarai uccisa. Goditi la vita in questo periodo, il tuo ultimo. A ucciderti non saro’ io, ma un killer professionista, ne ho ingaggiato uno. Non so dove, come e quando succedera’ ma non sara’ oltre trenta giorni da oggi. Non pensare di salvarti andandolo a raccontare in giro, ti farei passare per matta e sara’ sempre la tua sola parola contro la mia. Io avro’ un alibi perfetto, saro’ sempre in compagnia di piu’ d’uno che potranno testimoniare a mio favore. Sapro’ della tua morte leggendo i necrologi, uno particolare che dovra’ essere scritto in un certo modo e cio’ significhera’ che il killer ricevera’ il suo compenso da un notaio che lo paghera’ solo dopo avere controllato il tuo avvenuto decesso. Non pensare a uccidermi! Anche se morissi per cause naturali o comunque non dipendenti da te, niente e nessuno potra’ fermare il meccanismo che ho messo in moto. Questa e’ la mia vendetta per come hai agito con me”.
Cleo si fermo’ di colpo. La voce le si era mozzata e gli occhi le si erano inondati di lacrime. Si lascio’ cadere lentamente sopra una poltrona portando poi le mani sul volto singhiozzando.
Guardai il commissario Salimbeni. Era pietrificato. Non muoveva un muscolo del viso. Ge’rard Lapin ci osservava quasi annoiato. Chissa’ quante volte aveva sentito ripetere la storia.
Cercai con gli occhi il bar e vidi un’abbondante scelta di scotch. Ne presi uno al malto prendendo dal secchiello del ghiaccio alcuni cubetti cristallini. Porsi il bicchiere a Salimbeni che nemmeno mi vide. Fissava esterrefatto la sua pupilla come se non credesse a quello che aveva sentito. Era il 2 febbraio del 1986 nella villa di Cleo Rochefort a Cap Martin sulla Costa Azzurra francese, a pochi chilometri dalla frontiera italiana.
Arrivai alla porta alla seconda scampanellata. La Pina, mia donna di servizio e cuoca volontaria, stava dando la cera all’ingresso, stile olio di gomito, strofinando con una vigoria insospettata per il suo aspetto segaligno.
Al primo suono sbuffo’ perche’ la zona operativa era proprio quella antistante la porta d’ingresso. Persi alcuni secondi a mettermi le pattine sotto i piedi e alfine aprii l’uscio. Mi trovai davanti il sorriso dolce di una distinta signora sulla quarantina vestita con una certa ricercatezza.
– L’Agenzia Investigativa Riccardo Finzi e’ qui, vero? – domando’ con voce gentile.
– Cosi’ dice la targa – confermai con un inchino invitandola a entrare.
Diede un’occhiata curiosa alla Pina che la squadrava al limite dell’ostilita’ perche’ calpestava il suo lavoro. La mia seriosa aiutante, anche se ultracinquantenne, agghindata a dovere la sua figura la faceva, ma con la calza sulla testa per ripararsi dalle ragnatele che aveva tolto e le maniche arrotolate all’ascella non era un bel vedere. Pilotai la mia aspirante cliente nella stanza-ufficio e sedendomi dietro la scrivania assunsi una compunta aria professionale.
La donna rimiro’ con attenzione la stanza e quando gli occhi caddero sul mio diploma d’investigatore privato ottenuto per corrispondenza dalla scuola “Volonta’ & Abnegazione”, ebbe un moto divertito, poi apri’ la borsa estraendo una sigaretta. Sospirai. Mi alzai di scatto filando in cucina tornando subito dopo con un piattino da caffe’.
– Mi scusi signora ma io non fumo e non mi ricordo mai di comperare un portacenere – dissi per dissipare il suo stupore deponendo la ceramica sulla scrivania. – Mi dica tutto – ripresi alfine aprendo il blocco d’appunti – incominciamo magari dal nome.
– Mi chiamo Stefania Liguori. Il nominativo della sua agenzia mi e’ stato consigliato da un’amica di cui preferirei tacere il nome, se non le spiace – inizio’ con voce pacata.
– Non mi spiace – la rassicurai – continui pure.
– La foto sul giornale la faceva sembrare piu’ vecchio. e’ giovanissimo! – constato’ con un sorriso materno che mi diede ai nervi. Sentii le gote divampare di purpureo colore. Inarcai le sopracciglia tentando di assumere un aspetto vissuto.
– Mi tengo bene. Ora se vogliamo entrare nel nocciolo della questione…
– Ah si’ certo, ho un problema! – esclamo’ fissandomi intensamente negli occhi. Era una bella signora. Viso molto curato, trucco leggero e sapiente, collo un po’ lungo, due orecchini a goccia tempestati di diamanti che dovevano essere costati un capitale.
– La nostra agenzia e’ specializzata nel risolvere problemi, purche’ non siano di matematica – dissi per rompere il silenzio.
Sorrise, ma solo per un attimo.
– Mio marito ha ricevuto delle minacce di morte!
– Ah! La polizia e’ stata avvertita?
– Non da me e penso che neanche mio marito l’abbia fatto, benche’ tra i nostri amici ci sia il commissario Salimbeni che lei conosce bene.
Assentii. e’ stato tra le mie prime conoscenze milanesi, anni addietro, quando sbarcai per la prima volta nella favolosa e mitica, ai miei occhi almeno, capitale lombarda e ci ho sempre avuto a che fare nei casi d’omicidio in cui sono incorso.
– Perche’ mai signora?
– Desiderio di riservatezza. In tutta onesta’ non so nemmeno come valutarle queste minacce. Le ho sentite casualmente dalla derivazione telefonica. Era una donna. – E si fermo’ di nuovo.
– La conosce?
– Purtroppo si’. Appunto perche’ la conosco e sono al corrente di tutta la situazione mi ha sorpreso che proferisse tali minacce! Comunque le chiedo di sorvegliare mio marito, un solo giorno, dopodomani sera. Diamo un party per un nostro conoscente, il professor Zarli, che parte per il Sud America. Ci sara’ molta gente, amici comuni, altri del giro d’affari di mio marito, l’ingegner Umberto Liguori, e naturalmente anche la donna. Si chiama Mara Salvi. Lei e la sua aiutante potranno fungere da… come si puo’ dire, da servizio d’ordine e non perdere mai d’occhio Umberto. La sua donna puo’ passare per cameriera poi so che si serve di un vecchietto in pensione che…
Alludeva all’appuntato Giuseppe Marchini, detto Ciammarica che in Abbruzzo dov’era originario significa lumaca, e il soprannome non era dato a caso.
– Mi servo di diversi collaboratori a seconda della necessita’ – mentii con naturalezza, – non ho solo l’ospizio ai miei ordini. Ciammarica, l’uomo a cui lei allude, ci sta benissimo comunque nella parte del cameriere.
– Molto bene – disse mentre scribacchiava un assegno – le do’ un anticipo di trecentomila lire, bastano?
Bastavano e avanzavano anche come saldo, ma fui abile a mascherarlo e a gesticolare con signorilita’.
– Come desidera signora, ma non e’ necessario. Le avrei fatto avere la parcella a lavoro ultimato.
Provai un tuffo al cuore. Si era bloccata prima di firmare la strisciolina rosa. Temetti che m’avesse preso in parola, invece appose l’autografo e mi consegno’ l’impegnativa bancaria.
– Fa lo stesso, ormai l’ho intestato. Ora le do’ l’invito per la festa. Li’ ci trova l’indirizzo. Sia la’ almeno un’ora prima per le ultime disposizioni.
– Oltre che guardare le spalle a suo marito devo stare attento anche che qualche invitato non intaschi inavvertitamente un oggetto di valore o che se la svigni con un quadro sotto il soprabito? – Atteggio’ la bocca a sorriso. Anche gli occhi sorridevano ma velati da un sottile strato di tristezza. Si porto’ la mano al lobo in tempo per evitare che l’orecchino destro le cadesse.
– Ah questa clip! Devo portarla ad aggiustare. Anzi andro’ oggi stesso da Cusi. Sono un grosso valore affettivo per me, non vorrei perderli!
– Anche un valore economico, cosi’ a occhio e croce – dissi sorridendole. Ricambio’ gentilmente il mio sorriso.
L’accompagnai sino all’ascensore che, caso strano, funzionava e appena la porta metallica si chiuse la Pina, mani sui fianchi, mi aprostrofo’ seccata.
– Cosa e’ che dovrei fare per quella li’ io? La serva?
– Pina, non si dovrebbe origliare alla porta – le risposi divertito – comunque e’ una questione di strategia. Quattro occhi vedono meglio di due, sei poi meglio ancora. Procuriamoci gli altri due. Scendo a telefonare a Ciammarica.
La premiata “Agenzia Investigativa Riccardo Finzi” non aveva telefono, perche’ il simplex costava troppo per i suoi bilanci e per il duplex era in una lista d’attesa che si protraeva ormai da mesi. Pero’ Pina Parenti abitava solo un piano di sotto. Lei il telefono l’aveva.
Trovai il mio assistente che come al solito era angustiato da qualche male, stavolta raffreddore e sospetta influenza. Quando gli dissi la paga che gli avrei dato per una seratina in casa di abbienti perse la pronuncia nasale e ascolto’ di buon grado tutte le istruzioni che gli davo.
Quando due giorni dopo, giovedi’ 8 marzo, facevamo ingresso nell’ampia e lussuosa anticamera di casa Liguori, Ciammarica mi aveva arricchito sul “chi e'” degli anfitrioni. Mara Salvi era semplicemente l’amante fissa dell’ingegner Umberto che tra un progetto di costruzione di una diga e l’altro svolazzava da fiore in fiore intendendosi per questo fanciulle, ovviamente nel fior della gioventu’. La cosa era risaputa da tutta la Milano-bene e aveva perso motivo di chiacchiera protraendosi ormai da lungo tempo. Forse troppo. La signora Liguori non mi sembrava un tipo particolarmente apprensivo. Le minacce di morte Mara le doveva avere proferite fuori dai denti. Fosse stato un bisticcio normale non ci avrebbe fatto caso, ma si era rivolta a qualcuno perche’ non perdesse d’occhio il fedifrago, quindi temeva che qualcosa potesse accadere.
La signora Stefania si prese cura dell’incupita Pina e del garrulo Ciammarica mostrando la casa e consegnando loro le divise per essere in linea con la servitu’ fissa.
Il padrone di casa, saputo chi ero, dimostro’ il suo gradimento con una sapiente ricercatezza di vocaboli.
– Senti imbecille – bercio’ mettendomi la mano sullo stomaco e spingendomi contro il muro – quella scema di mia moglie m’ha detto solo un’ora fa per cosa vi ha assunto, altrimenti vi avrei disdetti. Comunque visto che ci siete dateci pure dentro al buffet ma statemi alla larga capito? Non voglio rompiscatole per i piedi!
Stavo per ribattere quando l’anfitriona sbuco’ come d’incanto con uno dei suoi migliori sorrisi.
– Ha gia’ conosciuto mio marito? Ah bene!
– Si’, ho gia avuto questo piacere – risposi accentuando il tono ironico. Mi prese sottobraccio facendomi visitare la casa che era poco piu’ piccola di un hangar e arredata in stile ultramoderno. Attico in Via dei Giardini, enorme terrazza con piante sempreverdi dappertutto.
– Non faccia caso a quello che puo’ averle detto. Io l’ho pagata per fare un certo lavoro, io sono la sua cliente, non lui – mi sussurro’ nell’orecchio urtandomi con l’orecchino di diamanti che le avevo gia’ visto.
– L’ha fatto riparare? – chiesi dopo avere assentito seriosamente.
– Ah, l’orecchino dice? L’ho portato a riparare ma non me l’hanno ancora ritornato. Questi sono una copia, molto ben fatta, ma dei falsi.
Mi lascio’ per andare a riverire i primi ospiti. Subito dopo ne arrivarono degli altri e in meno di mezz’ora la casa si era notevolmente riempita. Il maggiordomo, con la testa quasi calva, lucida come una palla da bigliardo, ripeteva all’unisono l’inchino di prammatica, ritirava cappotti e pellicce che porgeva con sufficienza alla guardarobiera che a sua volta li depositava in una delle innumerevoli camere adibite al deposito dei costosissimi capi.
Pur non conoscendoli di vista, sentii grossi nomi dell’industria milanese e mi meravigliai che in tempi di rapimenti a oltranza non ci fosse nessuno in giro con l’aria del gorilla. Scoprii poi che davanti all’edificio e fuori dalla porta stazionavano sei custodi di preziose vite che non erano ammessi in casa, ma rifocillati comunque a dovere con una certa generosita’.
Ballonzolai un po’ davanti e indietro con un bicchiere di aranciata in mano avuto dalla Pina che faceva compuntamente la spola tra la cucina e il buffet. Aveva indossato il grembiule d’ordinanza ma non la crestina, comunque nessuno avrebbe mai pensato che non fosse una donna di servizio abituata a lavorare nei quartieri alti.
– Si mangi solo il roast-beef, signor Riccardo! – mi consiglio’ portandosi la mano verso la bocca. – Va tutto bene? Io non gli tolgo gli occhi di dosso se non quando sono in cucina dove c’e’ una cuoca che starebbe meglio a preparare da mangiare ai maiali.
– Accidenti, cosa ha fatto? Ha messo la maionese nel caffe’?
Si allontano’ scuotendo la mano e la testa lasciandomi intendere che avrei avuto le rivelazioni dettagliate in un momento piu’ consono.
Ciammarica coi panni del domestico dava esattamente l’idea del questurino travestito. Piedi piatti andatura cronicamente da madama, roteava gli occhi tutt’attorno, scrutando chiunque in modo ostentatamente sospettoso. D’un tratto si lascio’ cadere sopra una poltrona, portandosi le mani alle stringhe delle scarpe.
Mi sentii gelare. Il buon vecchietto aveva l’abitudine di togliersi le scarpe quando le piante dei piedi gli dolevano e di massaggiarsi la parte lesa. Piombai al suo fianco come un fulmine con l’aria piu’ indifferente che sapevo assumere.
– Animale – gli sibilai tra i denti – non starai togliendoti le scarpe vero? E poi da queste parti i camerieri usano stare in piedi e gli ospiti seduti.
Arrossi’ imbarazzato e puntando le mani sui braccioli della poltrona si alzo’ a fatica.
– Io non dovrei nemmeno essere qui, ho la febbre almeno a trentanove. Ho un raffreddore terribile, e fa troppo caldo, quando poi si esce lo sbalzo di temperatura ti ammazza.
– Ti ammazzo io se non esegui gli ordini. Hai visto niente di sospetto?
– E che c’e’ da vedere? La Mara Salvi non e’ ancora arrivata quindi tanto vale…
Mara Salvi fece il suo ingresso in quel momento. Non l’avevo mai vista ma capii subito che era lei dallo sguardo sprezzante che riverso’ sopra la mia cliente e l’aria strafottente che assunse verso il padrone di casa che, passandomi vicino, mi diede una gomitata nel costato.
– Hai capito ficcanaso? Gira al largo. Chiaro?
– Limpido – risposi senza muovermi.
La proferitrice di minacce di morte si avvicino’ al bar versandosi una generosa porzione di whisky. Era sulla trentina, decisamente bella, adornata di collane, collanine, ciondoli, di oro bianco e giallo tempestati di diamanti con al dito un vistoso anello con uno smeraldo grosso come una noce che la faceva sembrare una madonna ex voto. Un certo interesse mascolino poteva suscitarlo, eccome!
Da quel momento mi sentii in servizio attivo e non persi mai d’occhio il mio uomo che dopo uno scambio fitto di battute con la Mara si era infilato in un folto gruppo di ospiti.
Arrivo’ alfine il festeggiato, il professor Zarli, capelli e barbetta bianca, con pizzo.Aveva dei tic agli occhi, sincronizzati. Prima destro chiuso, poi il sinistro e aperto il destro e cosi’ via. Parlava veloce e si mangiava le parole e quando se ne accorgeva rallentava in maniera esasperata arrivando quasi a sil-
labare.
Di tanto in tanto incrociavo lo sguardo dell’ingegnere che non si curava di esternarmi il suo disprezzo, cosa che mi scivolava addosso senza lasciare macchia. Interpretavo il mio ruolo imperterrito.
Sussultai quando una mano si poggio’ sulla mia spalla. Mi ripresi subito perche’ riconobbi la voce amica.
– Finzi, che fai qui? – chiese il commissario Salimbeni.
– Devo controllare che non sparisca l’argenteria e che qualcuno non se la fili col cappotto di un altro.
Mi strizzo’ l’occhio.
– Ti stai inserendo negli ambienti alti, eh? Bravo Finzi, come e’ il buffet?
– Direi decente. Anche se la mia cuoca personale ha avuto da ridire.
Si servi’ dell’insalata di pollo su un piattino e incomincio’ ad armeggiare con la forchetta.
– Ti presento Cleo Rochefort – disse dopo avere gustato il primo assaggio che ebbe la sua approvazione.
Guardai la presentata. Una bella ragazza sui diciotto anni, fresca, snella, un tipo Brigitte Bardot con qualche chilo in piu’ ma ottimamente distribuito. Mi sorrise con un po’ d’imbarazzo. Ricambiai il sorriso con simpatia.
– Riccardo Finzi, molto lieto – mi presentai porgendole la mano che strinse con insospettata vigoria.
– Piacere. Lei fa… il detective? – chiese con una perfetta pronuncia italiana.
– Esatto mademoiselle. E complimenti per come parla l’italiano. e’ perfetta – commentai senza mentire.
– Al di la’ del nome, Cleo e’ italiana. e’ figlia di una mia carissima amica che ha sposato un francese, un grosso industriale. e’ qui in Italia per la festa del suo diciottesimo compleanno che compie a giorni, vero Cleo? – disse Salimbeni che si era gia’ pappato il pollo e stava adocchiando delle chele di granchio reale.
– Si’, esattamente il 13 di marzo. Sono nata qui a Milano – confermo’ con voce molto graziosa.
L’ ingegner Liguori che passava di li’ diede una rapida occhiata all’aspirante diciottenne e una luce concuspiscente brillo’ nei suoi occhi. L’aveva gia’ spogliata, la stava esaminando e dalla piega della bocca l’esame era stato passato a pieni voti. Il mio sguardo cadde poi su Ciammarica che portava un vassoio e non riusci’ a trattenere una risata anche se subito repressa.
– Ah ma ci siete proprio tutti! Cosa si sta tramando? – squitti’ Salimbeni.
– Ma niente, semplice servizio d’ordine. Con tutti i ladri che ci sono in giro e che non riuscite mai a beccare…
Mi interruppi perche’ vidi Mara trascinare per un braccio l’ingegner Umberto ed eclissarsi in un corridoio. Piantai li’ il commissario e fui subito loro appresso. Erano entrati un una stanza. Appena l’ingegnere mi vide strinse i pugni malcelando una voglia matta di allungarmi un cartone e si limito’ a sbattermi la porta in faccia.
Mi appoggiai al muro incrociando le braccia e tesi l’orecchio. Udii solo del brusio, piuttosto accalorato, senza capire una parola che una. Il mio uomo usci’ per primo dopo una decina di minuti. Aveva la faccia stravolta. Mi ignoro’ completamente passandomi davanti. La Mara poco dopo col viso contratto. Diverse rughe emergevano qua e la’. Mi occhieggio’ per un attimo come se fossi di cristallo.
L’ingegnere ritorno’ nel salone, quello dove il professore teneva concione. Stava raccontando un aneddoto che, dallo sguardo dei presenti, non doveva essere nuovo. Aveva ragione Ciammarica, faceva veramente troppo caldo in quella casa. Avevo sete. Il bar era fornitissimo di tutto per tutti tranne che per chi non amava l’alcol. Chiamai Ciammarica con un cenno.
– Vado in cucina a farmi dare un’aranciata. Non perdere mai di vista il nostro amico. Caschi il mondo!
– Va beh! Ma fa’ presto pero’. Se qualcuno mi ordina qualcosa che faccio? Il sordo?
La Pina mi verso’ il liquido arancione che faceva tante bollicine.
– Ho visto la donna. Ha l’aria cattiva! – commento’ la Pina seria.
– La cuoca?
– L’amante!
Bevvi un lungo sorso ristoratore. Ringraziai e andai a rilevare Ciammarica dal luogo di osservazione.
– Dov’e’ l’ingegnere? Non lo vedo.
– Accidenti era li’ prima. Mi hanno chiesto del ghiaccio, l’ho preso dal frigobar, ho dovuto chinarmi e…
Lo licenziai col gesto della mano e mi misi alla caccia dello scomparso. Non sono un emotivo di natura pero’ mi sentivo a disagio. Mi tuffai tra la calca col bicchiere vuoto in mano, scrutando intorno senza averne l’aria. Molte voci senza volto arrivarono al mio orecchio, due destarono la mia attenzione.
– Ma dov’e’ finita la Mara? Di la’ non c’e’!
– Trova Umberto e trovi Mara.
e’ che di Umberto non c’era proprio traccia. Roteando la testa rischiai d’andare a sbattere contro la mia cliente che era piuttosto sull’alticcio.
– Ho perso un orecchino! Lei che e’ un investigatore me lo trovi! – ed emise un gridolino nasale.
– Mi metto subito a caccia – la rassicurai passando oltre, cercando il mio uomo che pareva proprio svanito, come Mara del resto. Non rimaneva altro da fare che andare a guardare in tutte le camere. Cosa che feci provocando le ire di alcune coppie intente a scambiarsi effusioni, ma ne’ Liguori ne’ la Mara erano saltati fuori.
Ciammarica si avvicino’ con l’aria del cospiratore tirandomi la manica della giacca.
– Non siamo al trani qui, ma in una casa altolocata – gli dissi sbuffando.
– Riccardo ho una cosa da dirti, non so se e’ importante e…
– Me la dirai dopo, la cosa piu’ importante ora e’ trovare il nostro che sembra essersi volatilizzato!
Lo trovai alfine che usciva dal bagno. Incrocio’ il mio sguardo. Stavolta l’espressione era di compatimento. Mi passo’ davanti con aria di superiorita’.
– Ciammarica non perderlo d’occhio stavolta. Io sono arso dalla sete. Vado a farmi un’altra aranciata. Poi mi racconti tutto.
Il mio vecchietto dal viso disfatto rispose con un cenno del capo perche’ aveva la bocca piena e le labbra sporche di bianco. Pasticcini. Ne era ghiotto.
La cucina era deserta. Nel frigorifero non c’era altro che acqua minerale ma avendo iniziato con l’aranciata non volevo mischiare. Mi sembro’ quindi naturale aprire la finestra che dava sul balconcino per vedere se ci fossero altre lattine. Trovai anche Mara.


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