I Gialli di Riccardo Finzi

– PENNY BLACK –

CAPITOLO 1

– Come può vedere l’area metropolitana è divisa in dodici zone, evidenziate dal pennarello rosso che ne delimitano i confini, zone numerate da uno a dodici. Per ogni zona c’è un agente responsabile che ha un nome in codice, il nome di un mese. Quindi la zona uno avrà come agente gennaio, la due febbraio e così via sino alla dodici che sarà quindi dicembre. Tutto chiaro fin qui?

Annuii. Chi stava parlando non era né un militare né un para militare ma semplicemente Pina Parenti, la vedova che abita un piano sotto il mio in via dei Franchi 3 bis, nella metropoli lombarda e che ormai da diversi lustri mi faceva da governante e cuoca volontaria. Teneva la mano sinistra posata su un fianco mentre la destra impugnava il battipanni che usava rovesciato a mo’ di bacchetta per indicare i punti strategici. Milano era stata divisa nelle varie zone citate, a capo delle quali c’era una arzilla vecchietta sotto il comando del duce Pina che doveva controllare e riferire. Riferire cosa? Sullo stato dei muri, imbrattati dai graffiti più orrendi che ne deturpavano il tradizionale austero senso di ordine e pulizia. Era un corpo di volontariato in appoggio al proclama del sindaco contro gli imbrattatori. Vedere e segnalare soprattutto i vandali specialmente nell’atto di compiere il crimine in spray.

Si trattava di un esercito di allegre vecchiette, tutte pensionate, dai sessant’anni in su, armate di scheda telefonica o di telefono cellulare per segnalare agli addetti del comune dove necessitava il loro intervento.

– Lei Pina come si chiama in codice? – domandai

– Non vede il numero della nostra zona? È l’otto quindi sarò agosto.

– Bene – convenni, – mi sembra ben studiata, il nemico non può sfuggire, è accerchiato e prima o dopo cadrà nella morsa del gruppo…a proposito che nome ha il vostro gruppo?

La donna stortò la bocca grattandosi la testa col manico del battipanni – Non l’abbiamo ancora deciso, anzi a dire la verità non ci avevamo proprio pensato. Ha qualche suggerimento?

– No, non esattamente, ci vorrebbe qualcosa di scattante, come ad esempio Gruppo Saetta, rende bene l’idea dell’immediatezza e dell’azione.

– Mi sta prendendo in giro ? – domandò sospettosa la donna palpeggiando l’arnese domestico.

– Cosa glielo fa pensare? Volevo suggerire un nome che desse subito l’idea dell’efficienza. Certo che se vi chiamate Gruppo Pensionate Milanesi, non riuscite a ottenere quell’impatto immediato che a mio parere è necessario.

– Va bene, ci rifletterò sopra, Gruppo Saetta ha detto eh?

Suonò il campanello, ma non proprio quello della porta, ma un cicalino messo nell’ingresso dello appartamento della Pina così che se qualcuno suonava alla porta della mica tanto premiata Agenzia Investigativa Riccardo Finzi di cui sono il titolare al piano di sopra senza esserci la cosa veniva segnalata ai piani bassi.

– C’è qualcuno che mi cerca Pina, ci vediamo poi – dissi uscendo.

Salii i gradini a due a due e raggiunsi il pianerottolo. Una donna con indosso un cappotto di cammello leggermente scampanato ed un cappellino tipo rinascimentale di stoffa marrone batteva nervosamente la punta dello stivaletto di pelle scamosciata color testa di moro.

– Serve qualcosa? – chiesi.

La donna si girò sorpresa e mi squadrò in un istante.

– Sto cercando l’investigatore privato Riccardo Finzi, è lei ?

– Indovinato. In che posso esserle utile? – dissi mentre aprivo la porta con la chiave.

La feci accomodare nell’ufficio con il gesto della mano accompagnato da un ampio sorrido. Si sedette senza aspettare l’invito. Si slacciò il cappotto senza fare atto di volerselo togliere.

– Sono tutt’orecchie signora… – le dissi guadagnando la posizione di fronte alla possibile cliente.

– Mi chiamo Ambra Solari – rispose con un abbozzo di sorriso. Mi dica signor Finzi lei si intende di francobolli? – soggiunse con aria cupa.

– In che senso ,vuole sapere se sono un esperto?

– Non proprio, un collezionista ad esempio.

– No. Da piccolo facevo quelli usati che staccavo dalla buste. È importante?

– Era una curiosità. Ha mai sentito parlare del penny black? – chiese fissandomi intensamente.

– Sì che lo so, non è il nome del primo francobollo emesso in assoluto, da un penny color nero, mi sembra… in Inghilterra?

– Bravo – commentò la donna con soddisfazione – proprio così. È il francobollo più famoso del mondo, il numero uno di ogni collezione. Un francobollo raro ma non rarissimo che ha comunque un suo fascino indiscutibile. È stato emesso a Londra il 6 Maggio del 1840.

Osservai la donna con maggior attenzione. Non riuscivo a vedere bene il colore dei capelli per via del copricapo, a mio giudizio ridicolo, che ne nascondeva colore e forma. Notavo però il suo trucco un po’ pesante, il rossetto lievemente violaceo e gli occhi fortemente accentuati da una dose eccessiva di rimmel. Malgrado ciò non era certo un tipo volgare, e mi chiedevo che cosa mirasse quella lezione di superficie sul primo francobollo del mondo.

– Ho bisogno di lei come guardia del corpo. Devo comperare dei francobolli e voglio essere scortata.

– D’accordo. Quando, dove e a che ora?

– Domani pomeriggio alla quattro. Ora però deve venire con me dal mio esperto. Non sta molto bene. Domani ci sarà ma voglio che lei lo incontri stasera così lo conosce. Ha tempo per venire adesso?

Guardai la cliente con fare perplesso. Lei lo interpretò come diniego, così apri la borsa e sbattè sulla scrivania un pacco di biglietti da cento mila lire.

– Sono venti! Due milioni per venire subito dal dottor Marconi.

Annuii col capo, spalancai gli occhi, mi alzai e con un gesto quasi casuale della mano feci cadere i soldi nel primo cassetto.

Era un autunno molto rigido. Indossai il mio husky blu. Aprendo la porta feci cenno alla cliente di passare.

– Ha la macchina? – domandai mentre chiudevo la porta alle nostre spalle.

– C’è giù il mio chauffeur che sta aspettando – rispose senza sorridere.

Non disse una parola e tenne gli occhi lontani da me per il breve tragitto in ascensore e attraversamento androne.

Arista, una delle due sorelle portinaie, mi fece l’occhiolino. Io non risposi. Parcheggiata poco più avanti c’era una Mercedes scura con autista in divisa che aspettava. Aprì la portiera con un lieve inchino, la donna salì seguita da me.

– Tolga a me una curiosità adesso. Chi le ha consigliato il mio nominativo? – chiesi dopo essermi accomodato sul sedile posteriore imbottito di pelle scura.

La donna parve non udirmi. Toccò con un dito la banda di legno a lato della portiera ed apparve un mini-bar con due bottiglie di cristallo.

– Le va un po’ di scotch ? – chiese guardandomi senza espressione.

– Mai a stomaco vuoto – le risposi.

– Come vuole – commentò versandosene due dita in un bicchiere. Lo bevve dopo averne captato il profumo.

– Venticinque anni. Un raro Justerini and Brooks.

– Credevo fosse cognac, dall’odore intendo.

– Voleva dire aroma? – chiese la cliente con un sorriso di compatimento. Fece sparire il bicchiere, accavallò le gambe che erano ben tornite e si rivolse verso di me.

– Aveva chiesto qualcosa?

– Chi l’ha mandata da me?

Alzò gli occhi come per pensare, per sforzare la memoria, ma secondo me giocava. Alzò nuovamente le spalle che voleva dire non me lo ricordo.

Capii che non era il caso di continuare il colloquio così guardai fuori dal finestrino osservando tutti i muri imbrattati da graffiti. Ne aveva da segnalare il gruppo della Pina, che lei chiamava ragazze o carampane a seconda del suo umore.

Ci fermammo davanti ad una casa a due piani in Viale Majno, una graziosa e ben tenuta costruzione circondata da un giardinetto molto curato.

La mia cliente scese, io la seguii. C’erano quattro scalini da fare per arrivare all’ingresso principale e prima che fossimo giunti si aprì la porta ed apparve una ragazza di colore in perfetta divisa da cameriera d’alto bordo che sorrise alla donna.

– Il dottor Marconi è nel suo studio, la sta aspettando signora. Mi da il cappotto?

– No, lo tengo. Ci fermiamo solo qualche minuto.

La donna si comportava come padrona di casa. Marciò spedita verso il fondo, aprì la porta e con la mano mi fece cenno di seguirla.

Entrai nella stanza che era uno studio classico, all’inglese. Legno caldo alle pareti, ricca libreria, diversi quadri di contemporanei. Sbirciai un po’ di titolo di libri, argomento monocorde: la filatelia.

Vicino alla finestra, in piedi con una mano sul bastone c’era l’anfitrione che la mia cliente salutò chiamandolo Guly. Era un uomo sui cinquant’anni capelli ancora folti, quasi completamente bianchi. Occhiali senza montatura. Indossava un golfino blu petrolio, presumibilmente di cashmere, al dito oltre la vera un grosso anello con zaffiro.

– Ti presento il signor Finzi, lui è il dottor Marconi esperto in filatelia, mio consulente.

Ci stringemmo formalmente la mano poi l’esperto di francobolli ci invitò a sedere sopra un divano

– La signora Solari le ha già detto… – chiese non finendo la frase.

– Appena accennato – risposi.

La mia cliente si accese una sigaretta e si sedette sul largo bracciolo della poltrona dell’esperto in francobolleria.

– Domani dovremmo comperare un pezzo rarissimo, unico. Uso il condizionale perché ho i miei fieri dubbi che esista.

La Solari lo guardò con compatimento, aspirò una lunga boccata poi si rivolse a me.

– Si tratta di una vera rarità. Abbiamo già parlato del penny black, ma ha mai sentito parlare del red penny? – domandò cantilenando come già aveva fatto.

– No.

– Lo supponevo, ma non è un dramma. Guly vuoi continuare tu, questa è la tua materia. Non ti voglio portar via il mestiere altrimenti che ti pago a fare?

– Ehm… sì. Il red penny fu il primo francobollo dentellato. Fu emesso nel 1854, anche lui riporta il profilo della regina Vittoria. Prima di allora i francobolli, stampati a foglio, venivano tagliati con la forbice. Improvvisamente salta fuori una cosa davvero rara, sempre ammesso che esista come ho detto visto che ne dubito, il penny black dentellato. C’è un commerciante di oggettistica antica, di nome Staglieno, non proprio specializzato nel ramo filatelico, che dice d’essere entrato in possesso di un foglio di stampa di prova del penny black con dentellatura, prova fatta dice lui, assieme al red penny. Mai nessuno aveva sentito una cosa del genere, non si ha mai avuto notizia. Comunque è da verificare.

Confesso che mi era venuto un leggero mal di testa. Il dottor Marconi aveva preso fiato e fatto cenno alla sua domestica di portargli qualcosa.

– Prende un caffè, un liquore? – mi chiese.

– Un bicchiere d’acqua minerale.

– A me scotch on the rocks – disse la mia cliente senza aspettare d’essere interpellata.

– Quanto può valere in penny black dentellato, se esiste veramente?

Marconi fece un ampio gesto con le braccia.

– Immenso, invalutabile, qualsiasi somma, anche la più assurda.

– Ho capito e quanto vi ha chiesto? Se domani andate a comperarlo vi avrà fatto una richiesta.

– Cinque miliardi – rispose secca la donna.

Emisi un fischio prolungato e spontaneo.

– All’anima che cifra!

– Se non è un falso li può valere tranquillamente -commentò l’esperto mentre ci venivano serviti i beveraggi. – Il mio lavoro consiste appunto nel valutare se un francobollo è valido a tutti gli effetti, dalla stampa, dal colore, dalla gommatura…

– Bene . Come rimaniamo d’accordo. Dove ci si vede? Da me, qui o dove? – domandai congiungendo le mani.

Ci fu un curioso scambio di sguardi interrogativi tra la mia cliente e il suo esperto. Fu lei a rispondere.

– Ci vediamo direttamente dal signor Staglieno.

– L’indirizzo per favore – domandai estraendo penna e taccuino.

– Hotel Gallia, stanza 300. Domani alle quattro meno cinque. Salga direttamente. Non abbiamo bisogno di lei quando entriamo, ma quando usciamo – precisò la cliente

– Semprecchè questo francobollo esista sul serio – ripeté per l’ennesima volta l’anfitrione

La mia cliente sbuffò alzandosi. Salutò senza girarsi.

– Passo io a prenderti alle quattro meno un quarto. Ci vediamo – disse con tono secco dirigendosi verso l’ingresso a passo di marcia.

Salutai il padrone di casa tendendogli la mano e con un paio di falcate raggiunsi la donna fuori dalla porta. Si girò verso di me abbozzando un sorriso di circostanza.

– Bene signor Finzi, l’aspettiamo cinque minuti alle quattro nella camera del signor Staglieno, Hotel Gallia, numero 300. Porti una pistola – suggerì.

– È sottinteso. Quando si fa una scorta valori si porta sempre un’ arma.

La donna ammiccò, dirigendosi verso la sua auto. L’autista aveva premurosamente aperto la portiera. Fu lesto a mettere in moto.

Tornai a casa a piedi tagliando per Viale Piave e infilando la Via Gustavo Modena sino ad arrivare a Piazzale Susa.

Poco fuori l’androne di casa c’era Eloide intabarrata in un pellicciotto sintetico che parlottava con un carabiniere, suo assiduo frequentatore. Alla guardiola la sorella minore, Arista che sfogliava distrattamente una rivista.

– Cavolo che clientona che hai Riccardo, quella respira soldi da tutti i pori! – commentò vedendomi.

Ma sai chi è almeno?

– Perché tu lo sai ?

La ragazza con fare tronfio mi mostrò una pagina della rivista. C’era la mia cliente, finalmente senza cappello così constatai che aveva i capelli biondo cenere, un bel seno e delle forme mica male perché era completamente nuda. Si trattava di una fotografia rubata durante le vacanze in una spiaggia quasi deserta perché in fondo di intravedeva un maschietto non ben identificato che l’arguto giornalista aveva definito “l’ombra di Ambra”.

– Prendila, me la ridai quanto l’hai letta – suggerì la ragazza ammiccando.

Rientrando in casa vidi che la segreteria telefonica lampeggiava, c’erano due messaggi.

Il primo era della mia cliente.

– Sono Ambra Solari, c’è stato un cambiamento d’orario, anticipiamo l’incontro alle tre invece delle quattro, per il resto tutto invariato. – Riconobbi la sua voce anche se la comunicazione era un po’ disturbata dal rumore della strada.

La seconda era di Ciammarica.

– Riccardo ci siamo. L’ho appena vista e ti garantisco che se tu non sapessi che era usata diresti che è nuova. È una Ypsilon dieci con tutti i crismi e viene via per tre milioni. Ho appuntamento per sabato mattina alle undici. Chiamami appena puoi e ci mettiamo d’accordo.

Ciammarica, che in Abruzzo vuole dire lumaca, era il soprannome di Giuseppe Marchini, carabiniere in pensione, mio saltuario aiutante. Eravamo alla caccia di una automobile che gestivamo in società.

Mi sedetti sul divano e lessi le poche righe che riguardavano la mia cliente. Non diceva molto per la verità. La Solari veniva semplicemente definita “ereditiera” senza specificare di qual impero. Una cosa era certa, era molto ricca. Decisi di saperne di più così chiamai un giornalista amico di Ciammarica, diventato anche mio amico dopo diverse pizze quattro stagioni, che lavorava in un quotidiano con mansioni che non mi erano molto chiare però era sempre informato di tutti i vip o aspiranti tali.

– Sabelli.

– Ciao. Sono Riccardo Finzi. Sai dirmi chi è Ambra Solari?

– La vedova di Bryan Landman.

– Perdona la mia ignoranza, chi era Bryan Landman?

– Un miliardario in dollari. Petrolio con la grande passione per la filatelia. La sua raccolta è valutata miliardi.

– E la Ambra è l’unica erede?

– No, c’era la prima moglie, due figli, lei si è presa solo un quarto del malloppo. Poverina qualcosa come mezzo miliardo, sempre in dollari.

– E la collezione di francobolli se l’è presa lei ?

– Ah senti Riccardo adesso sei tu che devi rispondere, perché ti interessa tanto costei ?

– Beh ti dirò, sai cos’è il colpo di fulmine? L’ho vista e me ne sono innamorato. Volevo sapere qualcosa sul suo patrimonio, tu mi capisci… facendo l’investigatore privato non si arricchisce di certo e ormai ho un’età’ matrimoniabile.

– Ho capito, ho capito. Mi farai sapere qualcosa al momento opportuno. Spero d’esserti stato utile!

Troncò la conversazione. Non mi aveva detto molto ma abbastanza, era evidente che la vedova voleva arricchire la prestigiosa collezione del defunto marito.

Un accentuato miagolio alle spalle mi tolse dalle mie riflessioni. Era Gatto, il mio persiano bianco, mio coinquilino ormai da tempo immemore. Il felino reclamava la sua pappa e anche qualche coccola visto faceva la gobbetta strofinandosi sulle gambe. Lo accontentai per entrambe le cose mentre pensavo al cappello della mia cliente, chissà per associazione di pelo.

Per cena Pina aveva preparato uno dei suoi piatti migliori, la frittata al salame che oltre agli ingredienti classici di uova, sale, pepe e parmigiano grattugiato e naturalmente il salame c’era un qualcosa d’altro che la cuoca custodiva gelosamente, un ingrediente che teneva segreto che trasformava la frittata in un qualcosa di paradisiaco. L’unico inconveniente a cenare dalla vedova Parenti era l’orario che era implacabilmente le sette pomeridiane come si pranzava a mezzogiorno sparato, tutto stava ad abituarsi e nel tempo avevo sincronizzato il mio stomaco col suo orologio. Mi stavo beando della favolosa frittata quando la mia vedova preferita si incupì.

– Ci hanno scippato l’Astra – disse con tono grave.

– L’Astra ?

– Il cinema Astra. Erano mesi che non passavo da Corso Vittorio Emanuele e invece del cinema c’è un negozio di orologi svizzeri, gli swatch. Nessuno ne ha parlato, non un rigo sul giornale o se c’è stato era a carattere illeggibile. Hanno fatto tutto in silenzio e non mi meraviglierei affatto se qualcuno ci avesse guadagnato oltre misura – sentenziò aggrottando la fronte.

– Al cinema Astra ci sono stato solo una volta, avevo i biglietti invito per la prima di un film di cui non ricordo il titolo.

– Non doveva essere un granché – commentò colmandomi il bicchiere con un vino che faceva venire dall’oltrepò pavese, – l’agente gennaio mi ha fatto notare una cosa che poi ho constatato io di persona – proseguì accentuando le rughe sulla fronte.

– Gennaio? – domandai perplesso.

– Ah! Già non si ricorda più quello che le ho spiegato stamattina sulla divisione in dodici aree della città coi nomi dei dodici mesi per ogni agente responsabile? – domandò aggressiva.

– Ricordo tutto e alla perfezione, è stato solo un attimo di black-out – risposi pronto.

– Beh io non so se quella roba che ha detto è una parolaccia o che, comunque se devo essere sincera ultimamente mi sembra un po’ svampito.

– Che cosa ha constatato personalmente?- chiesi per mettere fine a quell’inutile giro di parole. Quando faceva così la Pina era perché era irritata da un qualcosa che non riusciva a capire o a digerire.

– I questuanti in centro, zona uno, gennaio. Mi presti attenzione e attento a non sbrodolarsi col vino. Ce n’è uno magrolino, tipo simpatico se preso a dosi diluite che ha una voce abbastanza musicale ti chiede “Signora mi da qualcosa per favore?” L’avrò incontrato un sacco di volte da anni e da anni ha sempre lo stesso aspetto. Non invecchia mai, beh lui vive a scrocco e all’aria aperta – commentò ridacchiando.

– È capitato anche a me un paio di volte – dissi per rompere il silenzio perché Pina si stava gustando un bel bicchiere del suo rosso preferito.

– Bene – ripresa schiarendosi la voce, – oltre quello ce n’era un altro che sembrava Gesù Cristo appena tirato giù dalla croce. Aveva un colorito terreo e occhi spersi nell’infinito. Deve essere morto perché non lo si vede più da un pezzo. Ultimamente c’è un ragazzotto sui vent’anni alto non più di un metro e settanta, albanese o kossovaro, che ferma tutti con faccia piangente chiedendo l’elemosina con un bicchiere di carta della coca cola. Una sua donna è piazzata seduta presso una vetrina dell’Elam, il negozio di mobili, e una terza appena fuori da Sant’Ambrœus, tutti in Corso Matteotti. La domanda che mi pongo è questa : con una legge sciagurata che, alla faccia del degrado cittadino, permette a tutti di chiedere elemosina in qualsiasi momento come mai in un posto ricco come il centro ci sono solo quelli che ho citato? – terminò serrando gli occhi e puntando la mascella verso di me. – Ah no, dimenticavo – soggiunse dandosi una sonora pacca sulla fronte, – c’è l’Enrico Toti all’angolo tra via Montenapoleone e via Sant’Andrea, si uno senza una gamba che come formula usa “mi dia quello che può”. Che ne dice? Non pensa che ci sia un racket in merito?

– Probabile.

– E chi ne beneficia? Qualche autorità di città, le pare?

– Probabile.

Pina ebbe un motto di stizza.

– Cos’é, le s’è incantato il disco? Sa dire solo “probabile”?

Il trillo del mio cellulare mi venne in aiuto in una situazione un po’ imbarazzante. Era Ciammarica.

– Riccardo non hai trovato il mio messaggio? Ti va bene come orario per l’appuntamento? Guarda che è un affarone e lasciarcelo scappare così…

– Sabato mattina alle undici per me va bene. Passa qui da me alle dieci e mezzo e andiamo assieme.

– Ah bene, adesso chiamo subito per confermare, prima che la venda a qualcun altro. Ciao.

Pina aveva appena girato la napoletana e stava versando il caffè.

– Sempre per l’automobile? – domandò seria.

– Probabile – risposi.

La donna mi fulminò con lo sguardo che sostenni abbozzando un sorriso sino a quando scoppiammo tutti e due a ridere.

In quasi tutti i film gialli americani che avevo visto quando qualcuno si recava ad un appuntamento in una casa privata o in una stanza d’albergo e trovava la porta socchiusa era sinonimo di guai. Così stortai istintivamente la bocca quando, dopo un lieve tocco di nocche, la porta della stanza 300 dell’Hotel Gallia

si aprì di poco.

Con la punta del piede spinsi l’uscio ed entrai. Ero tutto contratto mentre roteavo gli occhi tutt’intorno senza vedere nessuno.

– È permesso? – dissi con tono stentoreo senza ottenere risposta. – C’è nessuno? – insistetti mentre proseguivo con cautela.

Sentii in lontananza il rumore di un’aspirapolvere poi un sommesso vociare proveniente dal corridoio. Ero rimasto bloccato. La stanza era in ordine, rifatta da poco e l’unico segno che la faceva sapere abitata era una ventiquattrore posta sul tavolinetto. Mi grattai la testa perplesso. Mancava solo il bagno da controllare.

– Signor Staglieno, è lì? – chiesi sbirciano dalla porta semichiusa senza ottenere risposta.

Entrai deciso. Un uomo completamente vestito e dal capo coperto da un cappello di feltro grigio scuro era sdraiato dentro la vasca da bagno, col capo reclinato da una parte, l’indice della mano destra infilato in uno dei due buchi del naso in una espressione grottesca. Gli occhi erano sbarrati.

L’uomo era sicuramente morto ma non vedevo sangue. Lo trovai alzandogli il cappello. Qualcuno l’aveva colpito duramente alla testa. Controllai l’ora. Erano le tre e sedici minuti.


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