I Gialli di Riccardo Finzi

– NEL NOME DELLA MAFIA-

CAPITOLO 1

Mi tolsi il fazzoletto di carta dal collo e lo gettai nel cestino. Venne il turno di Immacolata Gullotta. Il truccatore la rimiro’ con malcelata preoccupazione mentre si accomodava sulla poltroncina frontale allo specchio. La donna aveva il viso scavato da rughe e bruciato dal sole, tipico della gente di una Sicilia dove il tempo si era fermato. Portava i capelli raccolti dietro la nuca, bloccati da una forcina di tartaruga. Il vestito che indossava, nero fumo, era lungo quasi sino ai piedi. Poteva avere una quarantina d’anni, mane dimostrava una ventina di piu’. Su una sedia a lato della poltroncina sedeva il marito Salvatore. Pelle olivastra ma ben curata, rasata perfettamente, corona di capelli, basette e baffi non scheggiati dal tempo. Indossava un completo scuro su camicia bianca e cravatta nero lutto. Doveva avere su per giu’ gli anni della moglie ma ne dimostrava qualcuno di meno. L’uomo puntava gli occhi sulle movenze del truccatore senza perderne una, con uno sguardo traforante che denunciava una certa emotivita’, martoriando la catenina che gli pendeva dal collo. Un particolare attiro’ la mia attenzione: invece di avere come ciondolo un’immagine sacra, portava una chiave di metallo lunga e stretta. La toccai istintivamente. – Curiosa!Ha un significato?– chiesi. – Si’, d’impicciarsi degli affari propri – rispose il siciliano dandomi una sberla sulla mano. Alzai le spalle ed uscii dal camerino. Percorsi un lungo corridoio che immetteva nello studio dov’era stata preparata la scena che doveva vederci attrazione principale. Un vasto fondale ritraeva una veduta di Napoli con l’immancabile Vesuvio fumante che, a detta dello scenografo, faceva capire immediatamente agli americani che si parlava dell’Italia. Pina Parenti, la mia ospite, era in piedi dentro un cerchio giallo sulla sinistra del set e aspettava paziente a braccia conserte svettando nel suo abbagliante vestito rosso guarnito con cintura di vernice nera che le cadeva ai fianchi. Pettinata con molta cura da esperte mani, la sua asciutta figura si ergeva con un’eleganza che mi era nuova, contenendo notevolmente i suoi quasi sessant’anni. Del resto anch’io ero in tenuta di gala. Blazer Blu-marine, camicia azzurra, cravatta a strisce rosse e blu, pantaloni grigio fumo di Londra e scarpe di vernice nera. Era giunto il grande giorno dello show. Mi stavo avvicinando a Pina quando il regista dello spettacolo mi afferro’ per un braccio. – Sei tu l’altro del premio vero? Mettiti qui vicino alla signora, dentro il cerchio giallo, non muoverti e fate silenzio per favore!Pina abbozzo’ un sorriso. Io le schiacciai l’occhio e obbedii all’ordine disciplinatamente. Il regista e il suo assistente scartabellavano nervosamente dei fogli dattiloscritti mentre tutt’intorno una miriade di addetti ai lavori si muoveva in perfetto sincronismo; chi arredava la scena e chi, come i cameramen e microfonisti, facevano le prove d’inquadratura e di audio. – Allora, finita la musica tocca alla sorella – bofonchio’ il regista controllando la scaletta scritta. – Dov’e’ la sorella? – urlo’. Da un gruppetto sul fondo, fuori dalla zona delle luci, si fece avanti una donnetta sui sessant’anni, piccola e grassa con indosso un vestito sgargiante. – Sono qui!– Bene, venga da questa parte, si metta nell’altro cerchio giallo e…– Cecilia, Cecilia, sorella mia! – proruppe Pina all’improvviso, tendendo le braccia e muovendo qualche passo in avanti. – Stop! – ringhio’ il regista agitando minacciosamente la mano. – Gli abbracci dopo, quando saremo in trasmissione e quando faro’ segno io!Adesso torni nel suo cerchio e non si muova piu’!La povera Pina ingoio’ una lacrima solitaria che le era scivolata sul volto e mi sorrise con gli occhi arrossati.
– Sa Riccardo, sono quasi trent’anni che non la vedo e l’emozione… la gioia… – disse a mo’ di scusa portandosi il fazzoletto sugli occhi. – Sa una cosa Riccardo? – soggiunse subito dopo con tono di voce usuale – mia sorella Cecilia era magra come me e va beh, capisco, l’eta’ e un’alimentazione grassa fanno perdere la linea, ma era anche alta, forse piu’ di me. Come ha fatto a diventare un tappo?– Silenzio per favore! – tuono’ il regista con uno scatto nervoso. – Quelli del secondo premio, i siciliani, Gullotta, G-u-l-l-o-t-t-a, dove sono? – domando’ guardandosi in giro. – Li ho lasciati nel camerino del trucco – l’informai. – Oh cielo, voi italiani siete sempre uguali. Uno e’ di qua, l’altro e’ di la’, mai che stiate tutti insieme!Qualcuno vada a prenderli! – grido’ esasperato. – Ci vado io? – proposi. – Si’, bravo paisa’, vai tu e torna alla svelta, insieme agli altri! – imploro’. Uscii dal cerchio giallo facendomi abilmente strada tra gli addetti ai lavori e feci il cammino inverso. Diedi un lieve colpo di nocche alla porta del camerino del trucco e l’aprii. Rimasi senza fiato. Il camerino era tutto all’aria, lo specchio incrinato e Salvatore Gullotta giaceva riverso sulla poltroncina con la gola squarciata, il vestito tutto sporco di sangue, gli occhi strabuzzati verso l’alto col volto bloccato da una smorfia grottesca. Poco distante dal cadavere c’era una scarpa di vernice da donna, della moglie Immacolata, di cui non c’era traccia. La bionda testa di un assistente di scena fece capolino all’improvviso. – Il regista vi vuole… subito – disse sfumando sull’ultima parola. Degluti’, poi emise un urlo lancinante.

***

Fui fatto accomodare su una sedia davanti a un tavolino traballante. Il poliziotto si allontano’ non prima di avermi detto un perentorio: – Sta’ li’ e non muoverti!Ero in una grande stanza del dodicesimo distretto di polizia di New York, una confusione unica. Agenti in divisa e in borghese che andavano avanti e indietro affannati, altri alle macchine da scrivere, altri che interrogavano dei fermati, altri ancora ai telefoni, trillanti senza sosta.
Le pareti erano dipinte di un verdolino che avrei trovato piu’ indicato in una stanza da bagno e che comunque non erano state toccate da parecchio tempo a giudicare dal loro stato.
Alla destra di dov’ero seduto io c’era una gabbia che conteneva tre uomini: due di colore seduti a terra, testa reclinata come se dormissero, un terzo, un portoricano, decisamente brillo che mi osservava con la stessa curiosita’ che si ha allo zoo, quando si sta fuori dalla gabbia pero’! L’ubriaco si mise a farmi delle boccacce. Io ero piuttosto stordito e la confusione del luogo non mi aiutava di certo a farmi passare il male alla testa che mi aveva preso dopo il ritrovamento del cadavere di Salvatore Gullotta. Dopo l’urlo dell’assistente di scena, c’era stata, per qualche minuto, una confusione generale, subito sedata dall’intervento del poliziotto della security che aveva almeno evitato che la scena del delitto si trasformasse in un campeggio. Arrivarono altri poliziotti, quelli veri, e uno piu’ autorevole degli altri aveva chiesto chi aveva rinvenuto il cadavere. Una volta qualificatomi come tale, venni portato al distretto da alcuni agenti e li’ ero in attesa che qualcuno mi interrogasse. La tensione incominciava ad allentarsi e tanto per fare qualcosa incominciai a rispondere alle boccacce del detenuto in gabbia il quale, visto che stava al suo giochino, si punto’ i pollici all’altezza dei timpani, sventolo’ le mani sincronizzando il gesto con un ballonzolare della lingua. Stavo per replicare quando un sergente nero in divisa, grosso come un armadio a quattro ante, mi fisso’ duramente. – Sei tu che hai trovato il cadavere, eh? Sei tu l’assassino?Cosi’ lui disse, ma me lo spiegarono dopo. Al momento capii poco, perche’ parlava slang e molto veloce, mangiandosi anche le parole. Presumendo che volesse conferma che fossi io quello che aveva trovato il cadavere risposi fiducioso.
– Si’. – Ah!– esclamo’ trionfante. – Ragazzi venite qui che abbiamo un reo confesso!Anche stavolta non capii cio’ che disse ma rimasi sorpreso nel vedere che diversi agenti, chi in divisa e chi in borghese, avevano fatto cerchio intorno a me.
– Fate venire uno stenografo per la confessione – continuo’ il sergente raggiante. Parlo’ piu’ lentamente e capii quello che aveva detto.
– Confessione? – urlai balzando in piedi – ma siete matti!Voglio un interprete o non diro’ piu’ una parola che una!Ma che ci facevo a New York?Domanda che mi fece il capitano Randall nel suo ufficio, una volta che ero stato confortato dalla presenza di un’interprete, una signora americana sui cinquant’anni che aveva fatto gli studi in Italia all’universita’ di Perugia. Uno stenografo segaligno completava il quadro. – Allora signor Finzi? – chiese Randall sorridendo. Aveva un’aria molto paterna e la folta capigliatura bianca che gli adornava la testa, dava di lui un aspetto rassicurante. Mi schiarii la voce.
– Beh tutto e’ incominciato una quarantina di giorni fa, ero nel mio ufficio di Milano… ah, dimenticavo di dire che sono un detective privato e che ho un’agenzia che porta il mio nome. Stavo relazionando una mia cliente sull’esito di certe indagini…

***
– Dunque signora Giovanna, non c’e’ un’altra donna nella vita di suo marito… – dissi con voce estremamente professionale aprendo la pratica che la riguardava. – Oh signor Finzi era quello che volevo sentirmi dire! – proruppe gioiosa allargando la faccia con un sorriso da orecchio a orecchio, – ora sono una donna rinata a nuova vita – continuo’ afferrandomi la mano e stringendomela. Mi liberai dalla morsa e proseguii evitando di incontrare il suo sguardo. – Non mi ha lasciato finire di parlare signora Giovanna, dicevo che non c’e’ una sola donna nella vita di suo marito, ma tre, di cui una vedova con due figli – dissi tutto d’un fiato. La mia cliente balzo’ in piedi come morsa da una tarantola, divenne paonazza, roteo’ gli occhi e cerco’ di graffiarmi il volto. Fui lesto a bloccarla.
– Lei e’ un bugiardo, un mistificatore, un imbroglione – urlo’ a squarciagola. – Si calmi per favore. Io che c’entro?Ho svolto solo il mio lavoro!Si ricompose poi a passo deciso si avvio’ verso l’uscio. Li’ giunta mi riverso’ uno sguardo d’odio e usci’ sbattendo la porta fragorosamente. Ebbi appena il tempo di dare un’occhiata sconsolata alla parcella che dovevo darle quando suonarono alla porta. Una, due, tre volte lunghe e ritmate. Aprii con cautela. Era Pina. Pina Parenti e’ una signora milanese vedova da tempo che abita al piano di sotto del mio studio-casa e che mi fa da cuoca, da donna delle pulizie e talvolta anche da segretaria.
– Riccardo, Riccardo che notizia, mi faccia entrare, su! – disse con lo sguardo di chi tocca il cielo con un dito. Le cedetti il passo. Entro’ decisa nello studio, si sedette su una sedia e mi porse una lettera.
– Legga lei, io… io sono troppo emozionata!Guardai il mittente: “Splendent, il dentifricio che dona un sorriso brillante”. Pina era una maniaca dei concorsi a premio. Ritagliava coupons, incollava, spediva ogni settimana una ventina tra lettere e cartoline postali e mai che avesse vinto qualcosa. Che fosse arrivato il gran momento?
“Gentile Signora Parenti,Abbiamo il piacere e l’onore di informarla che e’ stata sorteggiata quale vincitrice del primo premio del nostro Grande Concorso, consistente in un viaggio per due persone di quindici giorni negli Stati Uniti!Per ulteriori particolari, compresa la data della partenza per New York, prevista tra trenta giorni circa, sara’ contattata da un nostro funzionario.
Nell’esprimerle ringraziamento per la scelta dei nostri prodotti, la salutiamo cordialmente rallegrandoci nuovamente con lei. Michele Coramato, direttore generale”.
– Brava Pina, complimenti!– Viene anche lei vero?e’ per due persone!– In America – dissi a me stesso – la patria di Humphrey Bogart, di Perry Mason, di Nero Wolfe… – diedi un’occhiata alla parete del mio studio dove tenevo i ritratti dei grandi giallisti e degli attori che avevano personificato i loro eroi e mi parve che il vecchio Bogey mi facesse l’occhiolino. – Pensi Riccardo – soggiunse Pina asciugandosi due lacrime di gioia – ho una sorella che vive a Los Angeles e che non vedo da quasi trent’anni. Finalmente potro’ riabbracciarla. Se ci penso mi commuovo. Ma anch’io avevo la mia brava dose di emozione. Mi aveva preso un nodo alla gola e non riuscivo piu’ a parlare. Alfine esplosi in un urlo liberatore. Afferrai Pina per la vita e le feci fare una giravolta. – Quando si parte Pina?– C’e’ scritto, tra un mese mi pare!– Bene, avro’ cosi’ il tempo di perfezionare il mio inglese. Come si poteva immaginare la notizia corse rapida in tutto il palazzo per estendersi ai negozi circostanti. Ci fu una processione continua a casa di Pina per congratularsi del colpo di fortuna e anch’io ebbi il mio da fare. Tra i tanti visitatori non poteva certo mancare il portinaio, custode delle altrui fortune che molto riverente chino’ il capo spalancando le braccia come se fosse intento a dare una benedizione. – Proprio una bella fortuna, ma lo dico sempre io, la fortuna va a chi la merita. Ed e’ stato fortunato anche lei che la signora Pina le abbia offerto il viaggio gratis. – Gia’!– Ma anche lei signor Riccardo si merita la fortuna sa, cosi’ bravo e cosi’ lavoratore… oh, a proposito, le scarpe Timberland sono americane vero?– Cosi’ si dice. – Allora puo’ prenderne un paio per me e uno per mia figlia Arista?Ci piacciono tanto!Sono cosi’ belle!– Ma guardi che quelle scarpe sono in vendita anche in Italia!– Si’, ma in America costano senz’altro di meno – preciso’ con un sorriso sornione che lasciava intendere che a lui sarebbero costate niente. – Le faccio avere i numeri delle misure?Ciammarica era al colmo della gioia, come se fosse stato lui il prescelto dalla sorte. Ciammarica e’ il soprannome dell’ex appuntato dei carabinieri Giuseppe Marchini, ora in pensione e mio aiutante saltuario. InAbruzzo sua terra di nascita, Ciammarica significa “lumaca” e non si demeritava l’epiteto. – Che colpo Riccardo, ti invidio proprio, sai! – disse dandomi una calorosa pacca sulle spalle. – Beh in effetti e’ una fortuna riflessa, ma sempre fortuna e’. Quando parto ti lascero’ la conduzione dell’agenzia e mi raccomando…– Riccardo – proruppe il mio pensionato preferito portandosi la mano sul cuore – vai tranquillo, qui penso io a tutto. Pensa a divertirti piuttosto e se ti avanza qualche dollaro vedi se puoi comperarmi quelle scarpe cosi’ comode, io che soffro tanto male ai piedi, come si chiamano, Timberland?Il commissario Salimbeni mi accolse alzandosi dalla sedia e tenendomi la mano. Non mi sovveniva che si fosse mai alzato ogni qual volta gli avevo fatto visita nel suo ufficio alla questura centrale di Via Fatebenefratelli.
– Allora si va in America tutto spesato eh? – disse sorridente offrendomi una caramella alla menta che rifiutai con un gesto della mano. – Volevo portarti io la notizia ma vedo che qualcuno mi ha preceduto. – Ciammarica e’ stato qui ad avvertirmi che per quindici giorni terra’ nelle sue salde mani l’agenzia e mi ha spiegato il perche’!– Ci sono solo lavori di routine da fare, non dovrebbe crearmi grossi guai – precisai ridacchiando. – Eh l’America… – sospiro’ Salimbeni gettando la testa all’indietro e rimirando il soffitto – ci sono stato piu’ di vent’anni fa, poi… ma ci dovrei tornare, forse l’anno prossimo per un seminario coi nostri colleghi americani. – Torno’ poi a guardarmi con simpatia. – Non sei un po’ emozionato?– Beh, l’America non e’ girato l’angolo, non ci si va tutti i giorni. Ti serve niente?Roteo’ lo sguardo intorno alla stanza, storto’ un po’ la bocca poi il volto si illumino’. – Massi’, per quando vado in campagna nei week-end, sai quelle scarpe comode, robuste, Timberland vero?La commissaria Laura Boschi fu l’unica a non dimostrare eccessivo entusiasmo alla notizia della mia prossima partenza per gli Stati Uniti anzi, a dire il vero, la cosa la lascio’ del tutto indifferente. – L’America? – mi chiese mentre scribacchiava qualcosa su un grosso blocco color giallo – e’ un paese come un altro. Cosa ci sarebbe di cosi’ eccitante?– Niente in effetti – risposi piccato – tra Rimini e New York la differenza sta in qualche chilometro in piu’ di distanza da Milano. Tutto li’!Alzo’ lo sguardo e mi gratifico’ d’un accenno di sorriso. – Beh – soggiunsi alzandomi dalla poltroncina in skai ad uso dei visitatori – volevo chiederle se le serviva qualcosa ma…– Mi mandi una cartolina – m’interruppe allargando di poco il sorriso – e faccia buon viaggio/Laura Boschi era planata alla squadra mobile di Milano da circa tre anni. Io avevo avuto a che fare con lei un paio di annetti prima per il caso Susanna Albini. Laura portava i capelli biondi sciolti sulle spalle, aveva la pelle color bianco latte e liscia come una pesca, e il viso adornato da due stupendi occhi celesti dallo sguardo intenso. Le labbra erano sottili ed erano appena sfiorate da un rossetto rosa pallido. La cosa per me sorprendente era stata il constatare il suo tono di voce, caldo, melodioso, cosa che mai mi sarei aspettato di trovare in una donna che aveva scelto la professione della poliziotta.
Non nascondo di provare una certa simpatia per quella donna, simpatia ricambiata a corrente alterna. Per esempio non ero ancora riuscito ad arrivare al confidenziale “tu”. Io per lei ero il signor Finzi, tutt’al piu’ Finzi senza il signor, ma null’altro. Per il momento almeno. I giorni che seguirono vidi Pina solo di corsa. Era impegnatissima a preparare un guardaroba acconcio e anch’io approfittai dell’occasione per integrare il mio inglese che avevo appreso con le musicassette, finche’ arrivo’ l’alba del grande giorno. La Splendent curo’ l’organizzazione con estrema meticolosita’. Ci prelevarono davanti a Via dei Franchi 3/bis con una lunga Mercedes nera tra lo sventoli’o dei fazzoletti di tutti gli inquilini dello stabile. Fummo portati alla Malpensa e qui imbarcati su un volto TWA in prima classe, poltrone comode, confortevoli. Circondati da mille attenzioni del personale di bordo e da un accompagnatore della societa’ che parlava un buffo italiano con una cadenza che ricordava Stanlio e Ollio, Pina e io ci sentimmo davvero importanti. Sull’aereo, imbarcati a Roma, trovammo due siciliani, Immacolata e Salvatore Gullotta, vincitori del secondo premio; per loro solo una settimana negli States. Risposero appena al saluto quando ci presentarono e per tutto il viaggio non fecero altro che mangiare, sentire musica e dormire. L’arrivo a New York fu sensazionale. Uno stuolo di fotografi e di giornalisti ci aspettavano come se fossimo delle alte personalita’. Una macchina a forma di tubetto di dentifricio con la scritta “Splendent” ci trasporto’ a letto scoperto tra una marea di folla plaudente sino all’albergo designato che era il Waldorf Astoria. Anche li’ gente plaudente e striscioni di benvenuto. Passammo due giorni intensissimi, dalla visita agli uffici della Splendent con l’immancabile fotografia e stretta di mano con il presidente della societa’ organizzatrice del concorso, a quella con lo sfondo della statua della liberta’. Ci fu un cenone memorabile con un fiume di parole di benvenuto e un menu’ coi fiocchi in cui troneggiavano le aragoste, quelle americane del New England, grosse piu’ del doppio di quelle mediterranee. Il terzo giorno ci attendeva la trasmissione in televisione. Per l’occasione la Splendent aveva fatto venire a proprie spese da Los Angeles la sorella di Pina, Cecilia, e cosi’ l’incontro tra le due sarebbe stato eternato in uno show televisivo sotto il patrocinio della Splendent e del suo sorriso. Arrivati negli studi televisivi ci portarono nel camerino per il trucco, li’ successe quello che ho gia’ raccontato e fu quello che raccontai al capitano Randall. Tutto quanto dissi, tradotto in inglese, venne battuto a macchina e da me firmato.
– Bene, tutto e’ chiarito adesso. Benvenuto a New York signor Finzi. Mi spiace per le seccature che le abbiamo dato. Spero che la sua permanenza sia piacevole – disse il capitano Randall stringendomi calorosamente la mano. Quando scesi gli scalini che mi immettevano in strada e che mi facevano lasciare alle spalle il distretto di polizia, tirai un sospiro di sollievo. La polizia e’ sempre la polizia in qualsiasi parte del mondo ed e’ meglio starne alla larga il piu’ possibile. Mi guardai attorno per cercare un taxi e incrociai lo sguardo di un uomo grassoccio, altezza media, vestito con un abito gessato, cravatta chiara su camicia blu, che si rivolse a me con molta cortesia.
– Il signor Riccardo Finzi?– Sono io. Non avevo ancora finito di rispondere che vidi con la coda dell’occhio un’auto blu scura che si avvicinava al marciapiede e la portiera posteriore aprirsi. Il grassottello mi spinse dentro l’auto con decisione puntandomi una pistola alla nuca. – Stai buono paisa’. Vai Carmelo. Avevo la faccia premuta contro i tappetini che erano piuttosto ruvidi e oltre a farmi male mi davano un prurito terribile. Cercai di muovere un braccio per grattarmi.
– Quieto paisa’. Vuoi morire cosi’ giovane? – disse il mio rapitore con tono di voce quasi allegro. Cosi’ in quella scomoda posizione incomincio’ il viaggio che, man mano che passava il tempo, diventava sempre piu’ spedito.
Sentii il profumo dell’acqua salmastra nonche’ il rumore delle ruote che correvano su qualcosa di vuoto come un ponte, poi la macchina rallento’. Captai nettamente il rumore di monete gettate in un cestino metallico poi la corsa riprese veloce. Dopo quasi un’ora di viaggio un odore di erba appena tagliata colpi’ le mie narici. L’auto rallento’ entrando in un viale ghiaiato e alfine termino’ la corsa. – Fuori paisa’ – mi intimo’ la voce del grassoccio. Eseguii prontamente l’ordine potendo finalmente farmi quella grattata agognata che avevo represso per tutto il tragitto. L’auto si era fermata davanti all’ingresso di una stupenda villa stile coloniale, circondata da un prato all’inglese con cespugli di fiori multicolori. – Entra – intimo’ il mio rapitore che teneva sempre per le mani una pistola a tamburo a canna corta. Camminai lentamente verso l’ingresso cercando di capire cosa volevano da me quegli uomini. Sapevano chi ero, quindi non si trattava di un errore di persona. Uno di loro, l’autista, si chiamava Carmelo e quello con la pistola aveva un accento del meridione d’Italia. Giunto alla porta non ebbi bisogno di suonare perche’ si apri’ elettricamente. Entrai titubante.


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