I Gialli di Riccardo Finzi

– IL SERPENTE DAGLI OCCHI DI SMERALDO –

CAPITOLO 1

– Alitalia annuncia la partenza del volo Az 061 per Roma. Uscita 12. Imbarco immediato. – Diedi un colpo di gomito a Ciammarica che balzo’ sorprendentemente subito in piedi. Pensavo dormisse.
– Mamma mia com’e’ tozzo! – disse appena consegnate le carte d’imbarco – e non ci ha nemmeno le ali – affermo’ con gli occhi sbarrati.
– Ma che stai dicendo? Questo e’ il pulmino che ci porta all’aereo – gli precisai senza convincerlo troppo.
– Ma se non erro – soggiunsi – tu non eri nei paracadutisti durante l’ultima guerra?
– Divisione Folgore! – confermo’ increspando la fronte. Le porte si chiusero automaticamente e compimmo il breve tragitto sino all’aereo, un Bus.
– Gesu’ com’e’ grosso! – esclamo’ Ciammarica squadrandolo con l’aria di chi non ne aveva mai visto uno prima. All’apertura delle porte mi sorprese. Schizzo’ via con uno scatto che non gli avrei mai accreditato e sali’ per primo dalla scaletta di coda.
Aspettai il mio turno pazientemente in fila a imbuto tra gente assonnata. Per la cronaca era il volo delle sei e cinquanta, di mattina.
– Sono qua, Riccardo, ti ho tenuto il posto, qui si sta bei comodi.
Ciammarica si era piazzato dalla parte dei non fumatori all’ultimo posto della coda.
– Perche’ qui? Non era meglio piu’ avanti?
– No, in coda e’ meglio. Non hai visto in televisione? Se l’aereo cade la coda rimane sempre intera! – disse col tono di voce di chi mette per la prima volta piede su un aereo.
– Di’ un po’ – gli chiesi con una punta d’ironia – com’e’ la storia della divisione Folgore?
– Eh? A beh io andavo a bombardare Malta e…
– … e i paracadutisti non andavano su bombardieri.
– E va beh Riccardo, se vuoi che ti dica che e’ la prima volta che volo, e’ la verita’! Ed e’ anche altrettanto vero che ho una fifa blu. Hai niente per il mal d’aereo?
Fino a quel momento era riuscito faticosamente a mascherare il disagio ma ora proprio non ce la faceva piu’. Era anche sbiancato in volto. Il tono era supplichevole. Non era il caso di infierire. Io sono contrario alle medicine, ma la Pina mi aveva dato con forza una scatolina di xamamina contro ogni evenienza. L’evenienza era arrivata e Ciammarica ingoio’ la pillolina rosa deglutendo piu’ volte.
– Fa effetto subito? – domando’ speranzoso.
– Oh, che sbadato, ti ho dato il cianuro al posto del tranquillante! – dissi con semplicita’.
– Disgraziato, cos’hai fatto? – urlo’ rauco prendendomi il bavero della giacca. Era cosi’ stravolto che non aveva captato la battuta.
– Tra qualche momento o sei morto o sei addormentato! – dissi con voce stentorea corrugando le ciglia – ma prima allacciati la cintura.
– Non la porto, indosso le bretelle – rispose un po’ piu’ rilassato.
– La cintura di sicurezza, questa qui – e gliela mostrai. Pasticcio’ per un po’ poi mi imploro’ con lo sguardo. Gliela chiusi. – Okay puoi dormire se vuoi. Arriveremo a Roma cinquanta minuti dopo il decollo.
Il mio aiutante saltuario, Giuseppe Marchini detto Ciammarica, che in dialetto abruzzese sta per lumaca, ex appuntato dei carabinieri in pensione, si torse un po’ e alfine chiuse gli occhi tirando un lungo respiro. Di sollievo.
Guardai l’orologio. Dieci minuti di ritardo. Ma non eravamo incalzati dal tempo. Avevamo calcolato l’arrivo in citta’, e l’appuntamento con il nostro uomo.
Era la prima volta che andavo a Roma per lavorare e quando dico lavoro intendo quello di titolare unico della Agenzia Investigativa Riccardo Finzi. In genere le questioni fuori piazza si danno a dei corrispondenti. Il mio giro di lavoro si era sempre svolto a Milano e dintorni, mai avevo dovuto uscire dalla Lombardia. Ma questo era un caso particolare, molto particolare.
La faccenda inizio’ qualche giorno prima. Ero nella stanza del mio appartamento, quella adibita a studio e stavo compilando una lista di spese che avevo sostenuto per un’indagine appena conclusa quando la Pina mi apparve davanti.
Pina Parenti e’ la mia donna di pulizie, cuoca e tuttofare. Parecchi anni prima, quando aprii l’agenzia a Milano giovin e inesperto provincialotto (il mio paese natio e’ a 23 chilometri da Milano) mi aveva in un certo qual senso adottato come figlio, un po’ incuriosita per l’inusitata professione, pero’ nello stesso tempo affascinata in quanto lettrice di libri gialli. Abita un piano di sotto e ho da lei l’uso del telefono perche’, crederci o no, dal 1978 a oggi, non ho ancora trovato qualcuno che voglia fare il “duplex” con me. La mia richiesta giaceva sotterrata chissa’ dove in uno dei capienti uffici della Sip milanese.
Entrata a perfezione nella parte, al trillo del telefono rispondeva convinta con un “Agenzia Investigativa Riccardo Finzi, con chi parlo?”.
Ma non era una Pina garrula quella che avevo davanti, ma una Pina preoccupata.
– Disturbo signor Riccardo? – chiese perplessa.
– Ah Pina, le bottiglie dell’acqua minerale vuote sono sul balconcino. La lista di quello che mi serve l’ho attaccata con l’adesivo sullo stipetto in cucina.
– Non sono qui per la spesa. Devo parlarle professionalmente – disse cupa. Le feci cenno di sedersi. Si lascio’ cadere sulla sedia degli ospiti come fosse stanca morta. Il termine usato dalla mia cara vecchietta significa che voleva interpellarmi a livello professionale. Rimasi in attesa che prendesse la parola, ma non si decideva.
– Cosa c’e’ Pina, le e’ successo qualcosa? – dissi tanto per incoraggiarla.
– No, non a me. E va beh, ho promesso e lo devo fare – sospiro’ come parlando a se stessa, poi mi piazzo’ gli occhi addosso. – Allora lei sa che sono una delle dame di San Vincenzo vero? – Feci di si’ col capo – e sa anche che di tanto in tanto ci riuniamo anche con quelle delle zone diverse dalla nostra, zone piu’ ricche e zone piu’ povere.
– Ah questo non lo sapevo – dissi perche’ si era fermata e non dava impressione di voler continuare. Sospiro’ nuovamente.
– Ho conosciuto una signora della Milano-bene, di quelle che strafogano nei miliardi, e che di tanto in tanto per tacitare la coscienza del loro egoismo tirano fuori tre stracci smessi e non piu’ di moda e li regalano come fossero intessuti d’oro.
Tossii. Quelle perifrasi e considerazioni fatte dalla Pina voglion dire che fa una cosa di malavoglia. Non la sollecitai piu’. Attesi che continuasse sorridendole.
– Dunque per dirla tutta, questa signora ha un problema, e saputo che la conoscevo, vorrebbe il suo aiuto professionale!
– Tutto qui, Pina? Dove sta il problema? La faccia venire quando e’ comoda.
– No. Non puo’ venire qui.
– Va bene, andro’ io da lei, mi dia il nome, indirizzo e numero telefonico.
– Impossibile.
– Come impossibile?
– Ho detto che e’ impossibile. E’ sordo signor Riccardo?
La situazione era ancor peggio di quanto pensassi. Che Pina sia villana puo’ capitare una o due volte l’anno. Non e’ da lei.
– Pina, se questa persona ha bisogno delle mie prestazioni professionali dovremo incontrarci in qualche modo o no?
– Certo che si’ – convenne estraendo un bigliettino dalla tasca della gonna. – Ho qui le istruzioni.
La rimirai sorpreso. Incrocio’ il mio sguardo.
– Vuole prendere nota sul suo blocco operativo signor Riccardo o si memorizza tutto? – Era decisamente spigolosa. La accontentai.
– Blocco aperto, penna scapucciata. Pennino in posizione di scrittura – dissi con tono scanzonato.
– Allora, domani alle quattro e mezzo dal Cova. Non nella prima sala ma nella seconda, quella dietro il siparietto. Lei dovra’ sedere al tavolino in fondo sulla sinistra che e’ per due persone e dovra’ sedersi sulla prima sedia in modo che possa dare le spalle al tavolo di quattro.
Smisi di scrivere. Pina mi guardo’ interrogativa.
– Pina, non le sembra che stiamo giocando agli agenti segreti? Cos’e’ tutto questo alone di mistero? – domandai spazientito.
– Non mi renda la cosa piu’ difficile di quanto lo e’ gia’ signor Riccardo. Se non fosse per la mia linguaccia non mi sarei cacciata in questo pasticcio! – rispose seccata.
– Si spieghi meglio per favore – rimbeccai pronto.
– Massi’ e’ perche’ mi sono gloriata di essere la segretaria tuttofare del famoso investigatore milanese Riccardo Finzi e quella, blam! – disse accompagnando il termine con un gesto della mano per indicare una lama che cade.
– Va beh, in un certo senso e’ vero, ma che problema ha questa signora?
– Ah non me l’ha detto. Lo dira’ solo a lei.
– E come si chiama questa signora?
– Non lo posso dire. L’ho giurato sulla Madonna.
– Ehi, addirittura! Mistero sempre piu’ fitto. Va beh vuole andare avanti e leggermi le istruzioni?
– Si’ cosi’ straccio tutto e non ci penso piu’. Dov’ero arrivata?
– Devo voltare le spalle al tavolo di quattro che c’e’ sulla sinistra appena entrati oltre il siparietto.
– Ah si’, allora la signora si siedera’ sulla sedia che le dara’ di spalle e le esporra’ il suo problema a condizione che non faccia nulla per vederla in viso e che a colloquio terminato lei non la segua. – Aveva finito, straccio’ il biglietto in mille pezzettini e li depose garbatamente nel cestino. – Ecco fatto. Ho assolto il compito che la mia vanita’ mi aveva fatto assumere – sentenzio’ dura.
– Beh, le diro’ che sono abbastanza stimolato da questo strano incontro. Non sara’ per caso che le e’ scappato il gatto con una gatta in amore, non lo vuol far sapere in giro e quindi ha bisogno di un investigatore discreto per il ritrovamento del felino briccone? – dissi tanto per sdrammatizzare l’atmosfera.
– Non credo. Dev’essere qualcosa di pesantuccio, eh si’! Comunque domani pomeriggio si togliera’ la curiosita’. Perche’ ci va vero? Ho preso io l’impegno, poi se vuole rifiuta l’incarico ma almeno mi fa fare bella figura.
– Tranquilla Pina non ci sono problemi. Cosa passa il convento oggi? – chiesi garrulo.
– C’e’ il brasato di ieri sera, ma lei tanto non c’era quindi per lei e’ nuovo – rispose pensierosa.
– Okay, Pina, alle dodici puntuale – dissi sorridendo mentre usciva dalla porta.
Una delle varie manie della vecchietta del mio cuore e’ quella di mangiare alle dodici, ovvero mezzogiorno, il pasto e alle sette la cena. Per anni immemorabili aveva tenuto questi orari col suo Ernesto, poi morto il marito aveva rigidamente continuato le abitudini conviviali.
In verita’ ero abbastanza incuriosito di conoscere la misteriosa dama di San Vincenzo dei quartieri alti e di sapere che razza di problema avesse mai per rivolgersi a me. Si’, un certo nome con relativo cognome me l’ero fatto nei sette anni di professione e il mio nome sovente storpiato in Frizzi, Fizzi e altri modi curiosi era apparso sui giornali cittadini con un certo rilievo. Terminai la nota spese, la misi dentro una busta assieme alla relativa fattura e scesi per imbucarla.
Nel palazzo di Via dei Franchi 3/bis dove ho la mia casa – ufficio, c’e’ un ascensore, come in quasi tutti i palazzi, che saltuariamente funziona. Tanta ormai e’ l’abitudine alle sue inadempienze di trasporto che tendo a ignorarlo specialmente quando devo discendere.
In guardiola all’ingresso c’era il custode delle altrui sostanze assieme alla prima figlia, la Eloide, fresca sposa e prossima madre. Troneggiava col suo bel pancione contenuto in un vestito premaman di colore arancio fluoro. Una cosina che si nota poco, insomma.
– Buon giorno Eloide, come sta il nascituro? – chiesi sorridendo.
– Scalcia! mi sa tanto che e’ un tipo come suo padre – rispose accarezzandosi il ventre.
– Assomigliera’ tutto a suo nonno – sentenzio’ giulivo il neosuocero.
Assentii e sgattaiolai via svelto. La Eloide aveva avuto una lunga schiera di fidanzati, parlo solo di quelli ufficiali, di cui il padre e custode mi faceva fare sempre le relative indagini per sapere un po’ della famiglia del ragazzo di turno. L’amabile custode era un po’ schizzinoso e ambiva per la sua figliola un ceto sociale superiore al suo ma poi successe il pastrocchio. Da una relazione con un uomo sposato l’attesa di un figlio. Niente aborto per sentenza medica quindi si era dovuto rimediare con quello che c’era sulla piazza e cosi’ il fortunato fu un tranviere al quale naturalmente e’ stato taciuto il misfatto. Capita.
Il giorno seguente alle quattro e mezzo era seduto al Cova secondo le istruzioni. Avevo ordinato un the al gelsomino e lo stavo sorbendo con molta parsimonia quando una voce mi soffio’ il collo.
– Lei e’ Riccardo Finzi?
– Lo sono.
– Non si volti. E’ d’accordo sulle condizioni?
– Non sono appostato laddove voleva lei?
– Bene, adesso fumi una sigaretta e mi ascolti bene.
– Non fumo signora!
– Oh Dio mio, faccia qualcosa per non attirare l’attenzione degli altri insomma. Allora deve andare a Roma a ritirare un pacco, dare una busta, e tornare a Milano con questo pacco. Lo dara’ alla signora Parenti e ci pensera’ lei a consegnarmelo. Chiaro?
La sua voce era tagliente, di chi e’ abituata a comandare senza essere contraddetta. Il profumo era acre, violento come il suo modo di concepire il rapporto coi sottoposti o presunti tali.
– Allora? Non mi ha risposto!
– Sto centellinando il the, poi appena avro’ finito, visto che ho gia’ pagato, mi alzo e me ne vado.
Impreco’. E non era un’imprecazione di quelle correnti, ma di quelle fortemente colorite.
– Ma lei non e’ un investigatore? – sibilo’.
– Appunto, non un fattorino. Io sono venuto qui solo per accondiscendere a una preghiera della signora Parenti, ma con l’intenzione di sapere bene cosa, perche’ e per chi dovrei dare le mie prestazioni professionali – risposi serafico.
S’ammutoli’. Spinsi la sedia nell’atto di alzarmi.
– Ma che fa, se ne va?
– Perche’ dovrei restare? Per sentire la sua voce sgraziata e i suoi modi maleducati? – domandai ripetendo l’operazione d’alzata.
– Si sieda la prego – sospiro’ cambiando tono. Stavolta era di una sfumatura supplichevole.
– Voglio sapere tutto. Incominci dal nome e dal cognome per favore – chiesi guardando la stampa appesa al muro che avevo davanti. Paesaggio inglese.
– Questo no. Ma lasci che prima le spieghi tutta la faccenda per cortesia. Ah, una cosa. Ho davanti a me un’amica che e’ quasi completamente sorda, puo’ capitare percio’ che debba dire qualcosa di formale. Non se ne stupisca.
– Va bene. Incominci pure ma sia sintetica perche’ mi sto stancando di questa bizzarra posizione logistica.
– L’estate scorsa sono andata a fare le vacanze sola con un’amica. Ho conosciuto un ragazzo piu’ giovane di me, un romanaccio ma simpatico, e poi… poi molto bello – disse tutto d’un fiato.
– Bene, continui – l’invitai.
– Passammo insieme dei giorni stupendi, poi la vacanza fini’ e ognuno torno’ alla sua vita di tutti i giorni. In quel momento vivevo un rapporto difficile col mio uomo e lo confesso mi innamorai di quel ragazzo cosi’ diverso, cosi’ stimolante e poi fare l’amore con lui… si’ insomma per la prima volta nella vita avevo trovato un uomo che mi faceva sentire donna.
Tossii perche’ si era avvicinato il cameriere forse incuriosito dal fatto che io tenevo lo sguardo alto e non sapendo come interpretarlo veniva a chiedere delucidazioni.
– Desidera qualcos’altro signore? – chiese timidamente.
– Va bene cosi’ per ora grazie – risposi facendo un cenno con la mano che lo invitava ad allontanarsi.
Nell’interruzione avevo anche riflettuto per qualche secondo. La donna alle mie spalle, considerando la voce, doveva essere sulla sessantina, e il ragazzo… va beh che c’e’ chi ama l’antiquariato.
– Quanti anni ha questo ragazzo? – chiesi a bruciapelo.
– Una trentina perche’?
– Cosi’. Ma continui pure prego. Eravamo che il ragazzo in questione l’aveva fatta sentire donna per la prima volta – e dissi tutto questo con marcata ironia.
– La storia non fini’ li’ – riprese la donna senza aver dato segno che la mia ironia l’avesse colpita – l’amica compagna di viaggio diede una festa nella sua villa a Santa Margherita, invito’ anche lui e ci ritrovammo. Fu fantastico. La relazione continuo’, io andavo a Roma ogni fine settimana, ormai avevo rotto i rapporti col mio uomo, e lui di tanto in tanto veniva su a Milano. Per un certo tempo pensavo anche di mettermi insieme a lui, ma poi capii che era impossibile, lui si rivelo’ cosi’… cosi’ squallido.
– Ricatto signora? – domandai asciutto.
– Si’, ma adesso le spiego. Io avevo un braccialetto a spirale con la testa di serpente tutto d’oro con due smeraldi al posto degli occhi. In un momento di abbandono gliel’ho regalato. A lui piaceva tanto… ci giocava, lo indossava anche… beh insomma, quel bracciale mi era stato regalato dal mio uomo col quale ho ripreso i rapporti. Ora da’ una festa e vuole che lo indossi. Sa, e’ costato un capitale…
– E il ragazzo l’ha gia’ venduto? – chiesi con tono pratico.
– No, ce l’ha ma per ridarmelo vuole dei soldi – rispose indignata.
– Beh insomma… fa parte delle regole di un certo gioco. Cosi’ io dovrei andare a Roma, farmi dare il bracciale, pagarlo ovviamente e riportare tutto a Milano. E’ cosi’?
– Si’. Io non voglio piu’ vederlo, e poi il mio uomo e’ geloso. Sa tutta la storia e se solo dicessi che metto il piede a Roma…
– Questo servizio non rientra nei miei compiti normali signora anche se capisco la delicatezza della situazione. Ha gia’ concordato la somma col suo ehm… ragazzo?
– Ex prego, si’, cinquanta milioni!
Emisi un fischio che attiro’ l’attenzione del cameriere.
Stavolta lo feci contento.
– Un altro the al gelsomino per favore – chiesi sorridendo.
La signora matura fuorviata dai sensi della fatale estate ne approfitto’ per parlare con la sua amica che piu’ che quasi sorda era sorda completa.
– Cinquanta milioni ha detto? Ma cos’e’? Il bracciale di Cleopatra? – domandai incuriosito.
– Il suo valore per me e’ affettivo – preciso’. – Allora accetta?
– Il compenso signora. Devo fare il fattorino portavalori prima in banconote, perche’ non credo che il suo ex ragazzo accetti assegni, poi tornare sempre come portavalori di ben altra entita’.
– Dieci milioni in contanti, esentasse – rispose pronta col tono di chi sa far pesare la potenza della pecunia.
– Venti signora. Il rischio non e’ poco – rilanciai.
– Ma dieci milioni esentasse – preciso’ la mia aspirante cliente – equivalgono a venti milioni di parcella.
– Gia’ il lavoro in se’ mi piace poco, almeno avere il conforto economico – precisai. – Venti signora.
– Dieci signor Finzi e non una lira di piu’.
– Addio signora. Piacere di non averla conosciuta piu’ in profondita’ – risposi alzandomi.
Stavo per girarmi quasi alla sua altezza quando mi blocco’ il braccio con la mano. La osservai, ben curata, campo di semina di creme di bellezza ma l’eta’ la denunciava. Non mi ero sbagliato, era sulla sessantina. Con la coda dell’occhio vidi che portava uno di quei cappelli tondi a larga falda con una veletta. Indossava un pret-a’-porter nero.
– Si sieda, signor Finzi, accetto la sua richiesta. – L’accontentai.- Alla mia destra in terra ho appoggiato la mia borsa. E’ aperta. C’e’ una grossa busta gialla. Li’ dentro ci sono cinquanta milioni in contanti, nome e indirizzo della persona in questione e una piccola busta di venti milioni per lei. La prenda e l’intaschi senza farsi accorgere.
– Come faceva a sapere l’entita’ del compenso?
– Io gli uomini li conosco bene, signor Finzi, molto bene.
C’era da crederle sulla parola. Lo smuovere di sedie alle mie spalle annunciava che la mia cliente se ne stava andando. Aspettai cinque minuti e feci altrettanto non prima d’avere infilato sullo stomaco, a contatto pelle, la preziosa busta.
L’aereo Alitalia volo AZ 061 decollo’ con sedici minuti di ritardo dall’aeroporto di Milano Linate.


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