I Gialli di Riccardo Finzi

– FOTOFINISH –

 

CAPITOLO 1

L’ascensore era guasto. L’unica via per riprendere i contatti con il mondo esterno era scendere a piedi. Cosi’ feci. Giunto al pianerottolo del primo piano andai quasi a sbattere contro Pina Parenti, mia cuoca e donna di servizio volontaria.
Serrava al petto una dozzina di pacchetti di pasta con un braccio, mentre con le mani sorreggeva a fatica due sacchetti di plastica stracolmi d’alimentari di vario genere.
– Maledetto ascensore! – sibilo’ tra i denti.- Il piu’ delle volte e’ fermo, pero’ le spese dobbiamo pagarle lo stesso! Mi sentira’ l’amministratore, gli faro’ una telefonata di fuoco!
Osservo’ la mia faccia stupita reclinando la testa da un lato, scuotendola.
– Mi dia una mano signor Riccardo, sia gentile mi porti tutto in casa. Eccole la chiave.Io corro subito alla caccia del sale prima che scompaia.
Non ebbi nemmeno il tempo di aprire la bocca che mi trovai tutti gli involucri depositati tra le braccia e vidi di sfuggita la schiena della mia vecchietta preferita varcare in rapida falcata la soglia del portone di Via dei Franchi 3/bis.
Con l’abilita’ di un contorsionista riuscii a infilare la chiave nella serratura senza lasciar cadere nulla. Con la rotula spinsi la porta e scaricai tutta la mercanzia sul tavolo della cucina. Dai sacchetti che avevo depositato di fianco uscirono diverse scatole di zucchero, alcune confesioni di riso, un paio di candele. Mi venne un sospetto e ne ebbi conferma aprendo gli stipetti che trovai traboccanti di pasta, riso, zuccheto piu’ una scorta di scatolame vario dalla carne al latte condensato. C’eravamo di nuovo. La Pina si era lasciata prendere dall’angoscia dell’austerity che ogni anno la colpiva all’apparire dell’estate. Il panico di rimanere senza prodotti alimentari scattava in simultanea con il solleone, non dimentica di qualche anno prima, all’epoca in cui io sbarcai a Milano ricco di volonta’ di fare, quando gli alimentari scarseggiavan sul serio.
– Solo tre pacchetti di sale da cucina! – esclamo’ arrabbiata la padrona di casa entrando con passo nervoso.Mi trovo’ impalato davanti agli stipetti aperti.
– Tre mesi di assedio barricati in casa li teniamo, poi si spera in Dio – dissi nella maniera piu’ seria che potevo.
– Eh caro il mio signor Riccardo – sospiro’, – si fa presto a fare dell’ironia, ma chi ha passato la guerra come me… eppoi ogni autunno rincara tutto. Quegli avidi dei bottegai approfittano di ogni scusa per alzare i prezzi. Io metto fieno in cascina.
Annuii. Il ragionamento dal suo punto di vista non faceva una grinza. La salutai con un cenno di capo e mi rituffai giu’ dalle scale. Avevo appuntamento col ragionier Carlo Brambilla, amministratore della casa. Non per parlare dell’ascensore che ormai era acquisito funzionare quasi mai e generalmente alle ore piu’ impensate, di preferenza quelle notturne, ma perche’ aveva detto di volermi affidare un lavoro ed ero curioso di sapere di che si trattava.
Passai davanti al custode delle altrui locazioni che mi saluto’ con un sorriso mostruoso impegnato nel mettere in evidenza il suo incisivo d’oro chinando inoltre la testa in segno di umile devozione.
Dopo la brillante soluzione dell’omicidio Ottone, che mi pareva essere avvenuto nell’era paleolitica, lavoro di routine ne avevo avuto parecchio e benche’ casi importanti col morto ammazzato di mezzo non se ne fossero piu’ visti, l’eco delle mie gesta non si era edulcorata del tutto e avevo ottenuto quindi un deferente rispetto da parte di tutti gli inquilini.
Persino il portiere, col quale ho sempre avuto rapporti difficili a causa delle sue figlie alquanto bizzarre, quando faceva visitare l’appartamento sfitto di fronte al mio, teneva a sottolineare ai forse futuri locatari che, tra l’altro, il caseggiato si fregiava dell’onore di ospitare Riccardo Finzi e la sua Agenzia Investigativa.
L’appartamento in questione, che era stato abitato dell’Ottone, ucciso da mano vendicativa armata di coltello, era proprio di fronte al mio e fossi stato piu’ in grana avrei voluto affittarlo per poter alfin dividere l’abitazione dall’ufficio. Uno dei tanti sogni nel cassetto.
L’amministratore Brambilla aveva la sua centrale operativa in Viale Majno al 35. Un palazzo piuttosto vecchiotto ma non tenuto male. Terzo piano al quale si poteva accedere con un ascensore. Funzionante. Prima porta a destra. Suonare perche’ ormai tutti gli usci sono ermeticamente chiusi e vengono aperti per vedere chi e’ con catenella di sicurezza inserita laddove non c’e’ l’occhio magico. Questi invece erano abbienti. Si potevano permettere una telecamera esterna.
Una ragazzina che arrossiva appena guardarla mi fece accomodare in un angusto stanzino, tre per tre al massimo, provvisto di una panca, di un tavolino basso e d’alcune stampe alle pareti d’incomprensibile soggetto.
Attesi venti minuti, durante i quali diedi un’occhiata alle riviste a disposizione che erano Sviluppo tecnico-economico nei paesi sottosviluppati, Guida alla cedolare secca e Come applicare l’imposta sul valore aggiunto. Stavo abbioccandomi quando la giovane dai pomelli scarlatti mi introdusse nello studio di colui il quale amministrava, tra gli altri, il caseggiato che mi ospitava a pagamento.
Era una stanza vasta, arredata con mobili in palissandro, tappeto sotto la scrivania, l’aria odorante di pulito. Capienza circa tre volte il mio appartamento-nufficio.
– Mi scusi se l’ho fatta attendere – esordi’ un tipetto dai capelli accuratamente scarmigliati e dal viso contornato da un paio d’occhiali a montatura d’oro – ma era molto occupato e…
– Meno male che ne ho conosciuto uno – risposi sedendomi per obbedire al suo invito fatto con la mano – mi sembrava che questa citta’ fosse popolata da sfaticati, ciondoloni e perditempo!
Arrossi’ e con le unghiette ben curate si gratto’ il dorso della mano sinistra. Non era mancino.
– Be’, capisco, ma sa… si trattava di una persona importante…
– Io non lo sono? – domandai mellifluo.
– Ehm – riusci’ a rispondere, poi tossi’. Si gratto’ nuovamente il dorso della mano. Alfine si tolse gli occhiali e pulendo le lenti con la cravatta riprese contegno.
– Agosto e’ il mese che registra il piu’ alto numero di furti negli appartamenti – incomincio’ con voce cantilenosa mentre si assicurava che il soffitto fosse sempre al suo posto – abbisognamo quindi di qualcuno che per quel mese faccia una sorveglianza in Via dei Franchi 3/bis.
– Ci sono delle organizzazioni apposite per questo: Metronotte, Cittadini dell’Ordine e altre specializzate per tali servizi. Non e’ roba per me – l’informai franco.
– Si’, ma vede… – e stavolta riusci’ a puntare gli occhi in direzione dei miei, ma solo per un momento – sono alquanto care e l’amministrazione ha un suo bilancio preventivo ben preciso, ma dove l’ho messo? Ah, eccolo. Un milione per il solo mese d’agosto. e’ incredibile!
Mi strinsi nelle spalle e aspettai che continuasse. Lui probabilmente attendeva che dicessi qualcosa io, cosi’ c rimirammo per circa un minuto nel silenzio quasi perfetto rotto soltanto dal rumore dei tubi di scappamento delle macchine che passavano sotto, in strada.
– Noi possiamo spendere trecentomila lire. Non un centesimo di piu’. A lei interessa questa somma? – riprese alfine rompendo l’incantesimo.
Non era disprezzabile dopo tutto anche perche’ non mi avrebbe impegnato allo spasimo, ma non volevo darlo a vedere
– e’ un po’ pochino, comunque cosa dovrei fare esattamente? – domandai con tono di voce vagamente deluso
– Ma niente di speciale! A una certa ora di notte, la una, le due, fa un giro dell’intero caseggiato per vedere che tutto sia in ordine e poi se ne va a dormire – spiego’ tutto d’un fiato sorridendo e mettendo in mostra dei canini rapaci.
– Quell’appartamento di fronte al mio, al sesto piano, che nessuno vuole per via del morto, quanto viene al mese d’affitto? – chiesi a bruciapelo.
– Ah, quello? Ma, non ricordo. Dovrei guardare. Comunque non meno di duecentomila – rispose con lo sguardo posato nel vuoto alla ricerca della focalizzazione della cifra.
– Duecentomila? Ma e’ poco piu’ grande del mio e ne pago trentacinquemila! – esclamai indignato.
– Lei gode ancora dell’affitto bloccato, ma ormai siamo agli sgoccioli. Con l’equo canone dovra’ anche lei sborsare di piu’ e parecchio di piu’! – rispose in tono minaccioso.
Mi alzai e feci per andarmene
– Be’? E allora? Per il mese di agosto? Non se ne fa niente? – chiese stupito.
– Cinquecentomila e non una lira di meno – affermai con la stessa freddezza di chi, con un poker servito, cambia una carta.
– Ma… non… non e’ possibile… il bilancio… noi – balbetto’ confuso. Si gratto’ nuovamente la mano, stavolta incidendo la pelle con le unghie, che venne istantaneamente ricoperta da un leggero velo di liquido rossastro. Non era un nobile.
– Quattrocentomila. Mi impegno io personalmente, poi vedro’ di mettere i miei buoni uffici per fare accettare questo esborso. Accetta? – era quasi sul supplichevole.
– Nero su bianco. Me la da’ adesso la lettera o me la spedisce per posta? Inoltre gradirei un anticipo del cinquanta per cento. e’ la regola dell’agenzia.
Impallidi’ ma non pronuncio’ verbo. Digrigno’ pero’ i denti in maniera tale da lasciarmi intuire che fine avrei fatto con l’applicazione del cosiddetto equo canone, che, da quanto avevo intuito, doveva essere equo nell’ottica unica dell’associazione padroni di casa.
– Ricevera’ tutto per posta entro una settimana – concluse alfine tentando di fare un sorriso di saluto che si tramuto’ invece in una smorfia.
– Bene, passare l’estate a Milano non era niente male come idea. e’ in quel periodo dell’anno che la citta’ si manifesta in tutta la sua essenza. C’e’ lo spirito del capoluogo lombardo che fuoriesce proprio quando le automobili si diradano e la gente si rarefa’. I rimasti riscoprono, malgrado tutto, il piacere di fare due passi per la strada di sera, in cerca di un angolino arieggiato. I piu’ abbienti con un paio di gorilla, uno davanti e uno dietro, altri con la pistola in tasca e i piu’ squattrinati con un tirasassi a portata di mano.
Milano stordisce nel clamore, ma la si ama nella quiete. Si ha il tempo di scoprire che ci sono tante oasi di clorofillato verde, che il cielo non e’ affatto grigio, che le costruzioni trasudano di storia, che ci sono sensibilita’ e comprensione che esalano dall’asfalto ammollato dal sole il quale, quando picchia, scherza poco, che le facce della gente incupite dalla nevrosi si distendono sino ad assumere un’espressione di genuina umanita’, che… be’, provatelo anche voi come e’ capitato a me.
Saltellando allegramente raggiunsi la mia magione. Alla guardiola non c’era il portiere ma sua figlia Arista, la ormai quasi tredicenne con la quale ci scambiavamo boccacce e smorfie per mutua e comprensiva antipatia. Stavolta si limito’ a rimirarmi con degli occhietti sfavillanti e un sorriso appena abbozzato lasciato intuire da due semicerchi che le si disegnarono attorno alle labbra.
Giunto davanti alla porta del mio appartamento-ufficio, dopo avere salito le scale con piglio deciso senza denunciare affanni, compresi l’ilarita’ trattenuta dalla giovin stupidella. Attaccato con un nastro adesivo c’era un foglietto che copriva la targa. Con caratteri trasferibili c’era scrito: Agenzia Investigativa Frizzi, Lazzi e Sberleffi.
Roba da sbellicarsi dalle risa! Accartocciai il foglietto e scuotendo la testa in segno di compatimento mi infilai nel mio ufficio. Avevo da terminare alcuni rapporti prima della visita quotidiana di Ciammarica, ovvero l’appuntato dei carabinieri in pensione Giuseppe Marchini, mio galoppino e braccio destro. Ciammarica era un soprannome che stava per “lumaca”. Non dato a caso.
Stavo per battere i primi tasti della mia Underwood modello “Museo della Scienza e della Tecnica” quando il citofono cicaleggio’. Era la Arista che con risolini vari m’informava che c’era una lettera per me. Busta rosa e profumata. Le risposi di darla a Ciammarica appena sarebbe passato e appresi che era gia’ salito ancor prima che arrivassi.
Mentre scendevo le scale per ritirare la corrispondenza sorrisi intuendo dove il prode Ciammarica fosse finito: in casa della Pina. Con un’astuta regia da me orchestrata avevo provocato un contatto tra lei, vedova e sola, e lui vedovo convivente con figlio e nuora che mal lo sopportava. Pareva che i due tubassero e che ci fossero delle serie possibilita’ che il mio vecchietto preferito afflitto da perenne male alle piante dei piedi potesse trovare un tetto e un giaciglio piu’ confortevoli.
– Dammi la busta, brutta scimmia – intimai alla Arista che mi aveva salutato facendomi vedere la rosea punta della sua lingua.
– Prenditela da te, cretino – rispose pronta. e’ li’ appoggiata sulla casella.
Odorava veramente di profumo, sul dolciastro. La calligrafia era decisamente femminile, rotonda, morbida, vagamente ricercata. L’aprii infilando il dito nella fessurina che non era incollata. Il testo diceva:
Gentile Signor Finzi, il suo telefono deve essere guasto perche’ suona sempre libero e nessuno risponde.
Avrei bisogno dei suoi servigi professionali. Puo’ mettersi in contatto con me al piu’ presto possibile?
Nadia Castelforti
Via Monte Napoleone 15
Milano
C’era anche il numero di telefono, ma essendo la riservatezza una delle garanzie che l’Agenzia Investigativa Riccardo Finzi offre ai clienti, mi astengo dal rivelarlo.
La storiella del mio telefono che suona e nessuno risponde e’ arcaica, ma sempre attuale. Qualche anno fa avevo chiesto alla Sip un simplex e avevo versato un anticipo alla prenotazione. Mi avevano poi chiesto un saldo cosi’ vertiginoso che mi consiglio’ di ripiegare su un duplex. Intanto pero’ il numero del telefono era stato stampato e inspiegabilmente ristampato sulle guide. Dell’assegnazione del duplex non si aveva notizia alcuna.
Suonai alla porta della Pina che mi venne ad aprire sorridente. Non volevo turbare l’idillio tra i miei due vecchietti preferiti, ma l’uso del telefono a portata di mano l’avevo solo in casa sua.
– Ah signor Riccardo, cerca Ciammarica? e’ qui che l’aspetta – mi informo’ premurosa.
– Si’, ma prima dovrei fare una telefonata. Ho una nuova cliente. Nadia Castelforti.
– Caspita! – esclamo’ ammirata la mia cuoca saltuaria. – Ma e’ una delle donne piu’ famose di Milano. E ha cercato proprio di lei?
– Dell’Agenzia Investigativa Riccardo Finzi! – confermai sorridendo mentre componevo il numero.
Rispose una vocettina infantile che pensai appartenere a una bambina.
– Pronto?
– Sono Riccardo Finzi, vorrei parlare con la mamma.
– Ma non e’ possibile. e’ morta l’anno scorso.
– Ah – risposi sorpreso. Non avevo guardato il timbro postale, ma che una lettera impiegasse piu’ di un anno da Milano a Milano mi sembrava eccessivo.
– Ehm… si chiamava Nadia vero?
– Nadia? Oh no! – e rise in maniera argentina. – Nadia e’ mia figlia. Gliela passo subito.
A conferma del mio imbarazzo arrivo’ Nadia Castelforti che possedeva una bella voce piena da ultracinquantenne, ma visto che dell’amplificazione telefonica non c’era proprio da fidarsi, prima di datarla avrei atteso di vederla.
– Ah signor Finzi, le hanno aggiustato il telefono? – domando’ cortese.
– No, cioe’ si’. Be’, eccomi da lei. Onorato di poterle offrire i miei servigi – risposi col servilismo che la situazione richiedeva, ovvero di stampo professionale.
– Il suo nome m’e’ stato suggerito da alcuni amici per un lavoro riservato e particolare – m’informo’ con tono sempre gentile, ma un po’ piu’ freddino. E tacque.
– La riservatezza e’ il marchio della nostra agenzia – dissi tanto per riempire il vuoto.
– Venga da me lunedi’ mattina. Ora sto partendo per il fine settimana – continuo’ come se stesse consultando qualcosa. Era giovedi’ mattina. Un week=nend lunghino, settimana sullo striminzito quindi. Tre giorni e un pezzo.
– Senz’altro, signora o signorina?
– e’ importante? – domando’ con tono seccato come se tutto il mondo dovesse essere a conoscenza del suo stato civile.
– No, non proprio. Posso anche chiamarla eccellenza se le va bene e chiudere l’incidente li’.
Rise. Una risata garbata. Contenuta.
– Lunedi’ alle tre allora – soggiunse quando ebbe terminato il riso soffuso.
– Ma non aveva detto di mattina?
– Oh cielo, io non mi alzo mai prima dell’una. La mia mattina incomincia a quell’ora – preciso’ come se dicesse che si doveva si’ alzare all’una, ma di notte.
– Pomeriggio come termine sarebbe stato piu’ proprio, comunque saro’ da lei alle tre, puntuale come una cambiale.
Rise di nuovo, ma brevemente.
– A lunedi’ signor Finzi – e tronco’ la comunicazione.
Ciammarica mi rimirava estasiato
– Ma sai chi e’ Nadia Castelforti? Una delle donne piu’ ricche di Milano e forse della Lombardia, guarda azzarderei anche a dire d’Italia – proruppe caricato d’entusiasmo.
– Va be’ facciamo d’Europa e del mondo e cosi’ abbiamo esaurito tutte le possibilita’. Saliamo in ufficio?
Sedutosi davanti alla scrivania il mio pensionato-collaboratore si tolse le scarpe con un sospiro di sollievo e dopo averle lasciate cadere rumorosamente in terra inizio’ a palparsi le palme dei piedi.
– Non ne potevo piu’! Quando vado dalla Pina devo stare sempre in punta di forchetta per non darle una cattiva impressione e…
– E invece da me – incalzai – puoi permetterti di non avere riguardi eh?
Arrossi’. Ma non smise l’applicazione manuale alle piante martoriate.
– Ma che c’entra Riccardo? Tu comprendi i dolori di un povero pensionato costretto a lavorare come un cane per arrotondare quella magra pensione che prende.
Annuii comprensivo.
– Ma con quella benedetta donna – riprese veemente, – non si riesce mai a concludere! Tu mi avevi suggerito di aspettare che fosse lei a propormi di trasferirmi in casa sua, ma non ne fa menzione, anzi e’ un periodo che continua sempre a tirare in ballo il caro estinto.
– Il caro estinto? – domandai sorpreso.
– Massi’ il marito! L’Ernesto era cosi’, l’Ernesto era cosa’. Ernesto di qui, Ernesto di la’. Uffa, non ne posso piu’! Ne ho piene le tasche anche di andare sempre in chiesa a recitare le litanie! – proruppe.
– Se tira sempre in ballo il marito e’ perche’ sta cedendo. In lei c’e’ ancora quella forma di riserbo derivata da quella vecchia educazione che la porta a considerare una sorta di tradimento un rapporto con un altro uomo anche se il marito e’ morto e sepolto chissa’ da quanto
– Dodici anni, tre mesi e cinque giorni – puntualizzo’ Ciammarica – me lo ricorda sempre. La data e’ aggiornata a tutt’oggi.
– Non mollare adesso che sei vicino al traguardo. Le mura di Gerico stanno per cadere! – lo rincuorai serrando il pugno e strizzandogli l’occhio. Ma non parve troppo convinto
– Spero che tu abbia ragione perche’ mi e’ diventato assolutamente impossibile vivere in casa con mia nuora. Sai cosa ha fatto? Ha bagnato il mio lenzuolo con dell’acqua e ha detto a mio figlio che me l’ero fatta a letto! E sai perche’? Perche’ vogliono mandarmi all’ospizio!
Un groppo gli chiuse la gola. Gli occhi gli si velarono di tristezza, ma fu un attimo solo. Riassunse subito il controllo dei muscoli facciali e alcune rughe gli incresparono la fronte. I suoi occhi ripresero la normale vitalita’.
– Ho ritirato gli assegni per i lavori fatti per Borsotti il quale mi incarica di dirti che, visto che per potere comunicare con te ci vuole il piccione viaggiatore, gradirebbe vederti di persona qualche volta e non solo in fotografia – disse con tono assolutamente asettico.
– Andremo a trovare Borsotti appena avro’ un po’ di tempo – lo rassicurai perche’ ci teneva.
– Poi c’e’ un’altra cosa Riccardo. La tua idiosincrasia per le armi e’ ingiustificata. Ci sono tanti lavori ben pagati che si potrebbero prendere e che invece passano ad altri.Io ho la rivoltella e relativo porto d’armi, ma chi vuoi che si serva di un rottame come me? Mi accettano solo come tuo aiutante. Riccardo, ti prego, prendi il porto d’armi – imploro’ stringendomi la mano con una forza di cui non lo credevo capace.
– D’accordo Ciammarica. Interessati tu per le pratiche – lo assecondai.
– Gia’ fatto. Per i documenti ci penso io, tu devi farti fare due foto formato tessera poi domenica mattina andiamo al poligono di tiro. Ti iscrivi e spari i tuoi primi colpi. Per l’autorizzazione ad avere l’arma sfruttero’ i vecchi canali dei miei colleghi carabinieri e l’avrai nel minor tempo possibile, ma bisogna pur che ti eserciti un po’ e che tu sappia che i proiettili escono dalla canna e non dall’impugnatura.
– E la pistola per sparare? La affittano la’? – domandai ormai rassegnato.
– No, ma un amico mi impresta la sua Walther calibro 22 da tiro a canna lunga. e’ una bella pistola, leggera e maneggevole. Allora d’accordo? Vengo a prenderti domenica mattina alle dieci con la Lambretta.
– Alle dieci di mattina? Va be’, sara’ una levataccia!
– Sia chiara una cosa, nei giorni feriali alle sette e mezzo in punto la Pina mi sveglia con il profumo del caffe’ e mezz’ora dopo sono in piedi pimpante e pronto alla battaglia quotidiana, ma la domenica la regola e’ di non svegliarmi mai prima delle undici. Desidero specificare questo per via dei bizzarri orari della signora, signorina o eccellenza Castelforti, mia prossima e auspicabile importante cliente.
Il venerdi’ fui impegnato alla caccia di testimoni di un incidente stradale piuttosto complesso che aveva coinvolto due automobili, un camion e un ciclista. Il lavoro si dimostro’ piu’ complicato del previsto. Nessuno voleva essere implicato e vincere le reticenze non fu una cosa semplice. Il cinquemila otteneva poco, col deca riaffiorava qualcosa alla memoria, ma era col ventimila che il processo mnemonico si focalizzava. Annotai tutto in buon ordine, deposizioni e spese e portai tutto all’avvocato Scandrocchia che mi aveva ingaggiato sganciandomi un bel centone netto. Neanche male.
Sabato mattina la Pina mi scongiuro’ di ricevere una vecchia signora, amica di sua madre, e di darle ascolto. L’accontentai. La poveretta, quasi cieca, si appoggiava a un bastone e veniva sorretta dalla mia solerte donna-tutto-fare. Mi chiese di partire per la Russia alla ricerca di suo figlio disperso laggiu’ nel quarantatre’ offrendomi trentamila lire per viaggio e onorario. L’anziana signora era rimasta ferma alle cifre dell’epoca e dovetti spiegarle con parole forbite che con quello che mi offriva avrei potuto fare il giro dell’isolato in motorino e nulla piu’. Se ne ando’ in un mare di lacrime.
Nel pomeriggio piombo’ da me un uomo sulla sessantina, dai lunghi baffoni cespugliosi, disperato perche’ la moglie l’aveva abbandonato. Sapeva che si era rifugiata dalla madre dopo un alterco. Mi chiese di riportargliela all’ovile fornendomi l’indirizzo che era dalle parti di Porta Vigentina.
Appena suonai alla porta e mi venne ad aprire la dolce meta’ fuggitiva non capii proprio perche’ il mio cliente se la rivolesse. Si trattava di un donnone grosso come un ippopotamo dalla mascella quadrata e dal naso che le cadeva in bocca. Non solo, ma sulla punta della proboscide c’era un porro grosso come una ciliegia che ab belliva ulteriormente il gia’ grazioso visino. Quando la resi edotta del motivo della mia visita sul momento mi accolse a insulti triviali poi si lascio’ convincere.
Appena la scaricai dal taxi e la spinsi dentro la porta della sua casa mi feci pagare subito il cinquantamila pattuito col marito e levai le tende rapidamente, ma non abbastanza per non sentire le urla disumane che uscivano dalla bocca della fuggitiva rientrata e le altre urla, di dolore, di colui che mi aveva pagato perche’ gliela riportassi. Misteri della vita.
La sera alle sette ero a cena dalla Pina. Lei mangia a orari fissi. Pranzo a mezzogiorno e cena alle sette, diciannove se siete dei pignoli. Mangiare a quell’ora non e’ cosa facile ma poiche’ per me la Pina e’ la migliore cuoca del mondo mi adeguavo sempre volentieri alle sue abitudini.
Quella sera c’era una novita’. Era venuta a trovarla una sua amica di Mantova, dall’eta’ indefinibile tra i sessanta e i sessantadue. Un’arzilla vecchietta vorace, oscenamente dipinta con un rosso violento sulle labbra, ombretto verde sulle palpebre e una pettinatura con permanente a caschetto allungato come in voga allora tra le ragazzine. L’invitata si chiamava Carlotta, aveva una conversazione ricca e gioiosa e per farla godere anche a voi vi riporto solo un inciso.
– Sono stata in vacanza a Sondalo, un posto meraviglioso! La camera dell’albergo dava proprio sul cimitero. Una bellezza con quel praticello all’inglese, ben tenuto, le lapidi sempre pulite, i fiori sempre freschi. Il pomeriggio, dopo il sonnellino, facevo due passi verso il sanatorio a trovare i tisici. Gente simpatica e loquace. Parlavamo dei nostri mali e sapessi cara Pina che cose ho saputo!
Vi risparmio i particolari perche’ potrebbero farvi perdere l’appetito, cosa che a me non accadde perche’ il brasato con le cipolle della Pina potrebbe concorrere al Gran Premio Nazionale della Culinaria se mai ne esistesse uno. Finii la serata al cinema a rivedermi per la sesta volta 2001: Odissea nello Spazio.
Fedele alle disposizioni avute, domenica mattina la Pina mi sveglio’ alle nove e mezzo con la tazzina di caffe’ fumante che trangugiai d’un fiato perche’ ero molto assonnato e necessitavo di un brusco risveglio.
Mentre rifinivo la toeletta mattutina, dalla porta semichiusa del bagno la Pina mi erudi’ sugli ultimi avvenimenti che la riguardavano. Appresi cosi’ che sua nipote Samantha, madre senza marito come diceva lei, aveva trovato un posto di segretaria in una ditta cittadina e che il frutto della colpa, come lei chiamava la figlia Pascale, aveva preso la scarlattina.
Samantha era stata la mia prima fiamma milanese. Una fiamma intrisa d’un romanticismo fuori epoca. Era durata lo spazio di un mattino o, per essere piu’ precisi, di una serata.
Alle dieci esatte scendevo dalle scale perche’, come consuetudine, l’ascensore non funzionava e dai vetri del portone vidi Ciammarica a cavalcioni della sua Lambretta che mi aspettava leggendo La Gazzetta Sportiva.
Lo salutai con la mano e salii prontamente sul sellino posteriore. Parti’ a zig zag come suo solito. Ondeggio’ paurosamente sfiorando il palo della luce poi prese decisamente il controllo del veicolo partendo a tutto gas.
Mi accingevo cosi’ al mio battesimo del fuoco. L’idea non mi era mai piaciuta ma se avessi, sia pur lontanamente, immaginato in che guai sarei andato a cacciarmi, quel giorno avrei dormito sino alla sera.


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