I Gialli di Riccardo Finzi

– ASSO DI PICCHE –

CAPITOLO 1

Il dottor Tanzi infilo’ il tagliacarte nella fessura della busta con mano tremante poi diede un colpo secco e l’apri’.
Le sue dita si rattrappirono quando estrasse dalla busta una carta da gioco.
– Asso di picche – disse, – morte – soggiunse poi rantolando.
Lo fissai intensamente. Lo ammetto, non mi era simpatico. Anzi per dirla franca mi era abbastanza antipatico e per quanto mi sforzassi non riuscivo ad essere emotivamente coinvolto nelle sue paure piu’ o meno giustificate.
Tanzi si lascio’ cadere nella sua bella poltrona di pelle testa di moro adornata da borchiette vezzose e sospiro’ guardando il soffitto come se stesse esalando l’ultimo respiro.
– Mi vogliono uccidere, e’ gia’ il terzo! Quella carta vuole dire morte- ripete’ con voce flebile quasi parlando a se stesso.
– e’ solamente una serie di scherzi idioti – affermai tanto per dire qualcosa con il tono di voce piu’ professionale possibile.
Presi le pinzette da francobolli che porto sempre nel taschino e guardai le carte. Era una delle tante carte da gioco prodotte dalla premiata ditta Fratelli Negro & C. comperabili da qualsiasi tabaccaio di Milano.
– Una cosa e’ certa: c’e’ un imbecille che continua a rovinare mazzi di carte. Che se ne fa delle altre trentanove? – soggiunsi quasi pensando a voce alta.
Recuperai con la stessa cura anche la busta e osservai il timbro postale. Come le precedenti veniva dalla stazione centrale, ovvero come non avere una pista. Misi tutto dentro una busta di plastica e me la infilai in tasca.
– Vado in ufficio a vedere se per caso ci sono delle impronte digitali nitide.
Non avevo ancora finito di pronunciare il “de” che il mio cliente mi fu addosso d’un balzo stringendomi il braccio sinistro con entrambe le mani. Era pallido in volto, occhi vacui; piu’ che spaventato sembrava in trance.
– Non mi lasci Finzi, la supplico: ho paura! – imploro’.
– C’e’ di la’ il mio braccio destro che fa buona guardia e che si muovera’ da qui solo per accompagnarla dove vorra’!
– Io… io voglio rimanere qui. Almeno per ora.
– Perche’ non chiamiamo la polizia e spifferiamo tutto?
– No, la prego – la pressione delle dita che si era un poco allentata riprese con violenza – era nei patti quanto l’ho assunta!Polizia niente!
Scossi il capo in cenno d’assenso. Staccai gentilmente le dita ederiche dal mio braccio e infilai la porta prima che potesse aggiungere altro.
– Ciammarica io vado in ufficio. Il dottor Tanzi e’ tutto tuo! – dissi passando davanti al mio aiutante assiso in lettura spalancata di un quotidiano. Non rispose cosi’ alzai delicatamente la carta stampata e il viso rasato di fresco e rilassato dell’ex appuntato dei carabinieri, ora pensionato dello Stato,Giuseppe Marchini apparve nella sua beata concessione a Morfeo. Il respiro era tranquillo. Chi doveva stare meno tranquillo era il mio cliente dottor Tanzi, anche se credevo molto poco a quei simboli minacciosi che l’avevano terrorizzato.
Probabilmente lo scopo del misterioso minacciatore era quello di rovinare digestione e vie biliari dell’esimio dottor commercialista e revisore di conti e nulla piu’, ma lui non la pensava cosi’ e tutto sommato la cosa a me andava bene.
Puntai l’indice alla nuca del mio aiutante a cottimo poi chinai su di lui e gli urlai nell’orecchio: “Mani in alto o sparo!”.
La molla d’un divano dissestato che sprigiona la sua forza eruttiva e’ nulla in confronto allo scatto di Ciammarica che si alzo’ ritto come un fuso alzando bene le mani e rantolando un “Non sparate, m’arrendo!”. Trattenni il ridere ma lo feci a fatica perche’ non volevo guastare l’atmosfera tombale che al mio cliente sembrava piacere tanto. Ciammarica mi guardo’ prima con odio poi con imbarazzo.
– Eh, qui fa troppo caldo, fuori fa freddo. Io sono vestito pesante e a fare niente viene sonno! – si scuso’ dandosi un atteggiamento compunto.
– Va bene, ma ora ti lascio solo col nostro cliente. Ha ricevuto un altro asso di picche. Vado in ufficio per vedere se trovo delle impronte. Tu rimani qui a sua disposizione.
Ciammarica assenti’ pensieroso dando un’occhiata all’orologio. – Ohe’ ma sono quasi le otto. A che ora posso andare a mangiare?
– E che ne so?Bisogna che decida il nostro cliente. Tu comunque per non sapere ne’ leggere ne’ scrivere chiama il bar qui sotto e fatti portare dei panini, toast, birre e fai mettere in conto all’esimio dottore.
– Ah si’, ecco, e’ una buona idea.
Lo lasciai che si stava massaggiando la palma del piede dopo essersi sfilato gli scarponcini a collo alto.
La distanza dalle Colonne di San Lorenzo a Via dei Franchi 3/bis dove avevo ufficio e abitazione congiunti non e’ trascurabile, ma sono sempre stato un buon camminatore e avevo voglia di sgranchirmi le gambe, e di pensare.
Le mie riflessioni le faccio sempre camminando. Cosi’ incominciai a farmi la Via Torino che pareva diventata un sobborgo di Instanbul tanto era la miriade di colori, e non solo dei vestiti, che si frammischiavano come tamburellanti gocce di pioggia multicolori.
Il cielo era terso e non faceva affatto freddo anche se l’impermeabile era necessario. E l’avevo. Si respirava aria di neve il che mi dava un senso di gioia, o forse la gioia piu’ grande mi era stata data dal fatto che almeno per un po’ mi ero tolto dagli occhi il mio cliente dottor Antonio Tanzi, detto Arnaldo.
Non lo potevo soffrire. All’inizio era stata una questione epidermica, poi man mano che entravo nelle pieghe della sua vita la mia antipatia si era ancor piu’ evidenziata. Ma perche’ averlo come cliente allora? potrebbe obiettare qualcuno. C’e’ sempre il grosso problema della pagnotta quotidiana e in un momento non proprio di crisi ma diciamo di fiacca e con l’affitto aumentato non ho potuto rigiutare quel signore tanto suscettibile agli assi di picche. Ma forse e’ meglio incominciare dal principio.
I tempi d’oro del mio esordio cittadino con la “Agenzia Investigativa Riccardo Finzi” di cui sono il titolare unico e la soluzione di casi roboanti con nome e fotografia sui giornali erano ormai un ricordo. Il lavoro era diventato di routine: informazioni commerciali, informazioni prematrimoniali, post-matrimoniali, ricerca di cani smarriti, eccetera. Casi con morti ammazzati, quelli che danno risalto e pingue compenso, niente. Beh veramente ce n’era stato uno ma non di quelli che rammento volentieri. Un Lui mi aveva incaricato di trovare la sua Lei, che l’aveva piantato, dicendo che voleva finire con ella i suoi ultimi giorni. Mi diede un sostanzioso anticipo cosi’ mi misi in caccia e dopo solo due settimane la trovai. Ritornarono insieme, poi qualche giorno dopo le piazzo’ due colpi nel cervelletto e si sparo’ in bocca. Cosi’ finirono tutti i loro giorni insieme come m’aveva detto. Non emisi mai la fattura del saldo.
Ben remunerate ma noiose erano le sorveglianze dei grandi magazzini nel periodo natalizio che accettavo se non avevo di meglio, piu’ i vari casucci del condominio e negozi attigui miei fornitori e clienti in alternanza. Solo che si era divulgata la moda di pagare in natura cosi’ il Dragotti dell’omonima pasticceria mi pagava in pasticcini e torte di cui ormai avevo la nausea.
Col salumiere andava meglio. Con l’andirivieni che aveva di commessi e relative informazioni, prosciutto e salame in casa non mancavano mai, ma anche formaggio, latte, uova, sottaceti e cose analoghe.
Una farfallina bianca si depose delicatamente sul mio naso, poi un’altra e un’aLtra ancora. Stava nevicando. Allungai il passo anche se la neve di per se stessa non mi dava fastidio, anzi, ma la gradivo di piu’ se ero al caldo, a rimirarla alla finestra guardando i fiocchi di neve che prima di deporsi facevano delle incredibili e sempre nuove evoluzioni.
– Finalmente nevica eh signor Riccardo – mi disse il custode delle altrui fortune sorridendomi oscenamente mostrando il suo dente d’oro. Forse nessuno gli aveva detto che una catenina adornava meglio.
– Ne verra’ giu’ anche tanta – soggiunse una signora che stava uscendo preoccupata scrutando il cielo.
– Peccato che per Natale non sia venuta. Sono anni che non c’e’ un bianco Natale a Milano – affermai a mia volta guardando l’ascensore. Funzionava.
Giusto sul pianerottolo incrociai la nuova inquilina della porta accanto, la signoraRachele. Piu’ che inquilina erano inquilini. Avevano affittato l’appartamento del fu Ottone.
Per chi ha seguito le mie gesta sa che e’ stato il mio secondo morto ammazzato coinvolgente. Per chi non lo sapeva ora e’ edotto. L’appartamento e’ stato sfitto per un bel po’. La gente storceva il naso quando apprendeva che vi era avvenuto un bel delitto. Avevo fatto anche un pensierino per affittarlo io, dividendo cosi’ la casa dall’ufficio, poi l’equo canone, tradotto per me in aumento cospicuo, mi aveva fatto rinunciare all’idea.
Cosi’ i signori Cantalamessa si erano insediati. Lui tipo robusto, di poche parole, ma quando le diceva lo sentiva tutto il caseggiato, aveva un’impresa di trasporti, alcuni camion che di tanto in tanto guidava lui, sparendo per diversi giorni. La sua signora Rachele, trent’anni circa, era una bella morettina, pelle olivastra, occhi neri, sguardo invitante. Non mi lasciava indifferente.
– Oh signor Finzi lei e’ tutto bagnato, piove?
– Nevica signora, e’ meglio che si armi d’ombrello prima di uscire.
– Faro’ proprio cosi’ signor Finzi. Grazie, lei e’ sempre cosi’ gentile!
Prima di sparire dietro la porta mi lancio’ un’occhiata tipo “vieni, e’ aperto” che mi lascio’ titubante. A dissipare i miei dubbi ci penso’ la Pina, mia tuttofare, cuoca, domestica che abita al piano di sotto, che m’aveva in un certo senso adottato come figlio sin da quando arrivai a Milano.
– Disturbo? – chiese dando un’occhiataccia alla mia vicina prima che sparisse dietro la porta.
– Si accomodi Pina, che c’e’?
Non rispose ma tenne sempre gli occhi fissi sulla porta ormai chiusa della mia vicina. Appena entrata e certa che non fosse sentita mi disse con tono disgustato.
– Quella donnaccia!Se la intende con tutti gli uomini della casa.
– Non e’ vero Pina. Io sono la prova vivente che non se la intende con tutti, purtroppo.
– Come purtroppo? – esplose indignata – ma e’ una donna sposata!Non mi dira’ che le piace, vero signor Riccardo?
– Beh in tutta franchezza un pensierino ce l’ho fatto. Ma non ho mai avuto l’occasione propizia. Inoltre ha un marito un po’ forzuto e, da quando tutto il casamento puo’ sentire, anche un tantino geloso.
– Gesu’, Gesu’ – sospiro’ la mia vecchietta preferita lasciandosi cadere sopra una sedia. – Che tempi!Ormai non c’e’ piu’ morale. Anche lei signor Riccardo!Ma lo sa che e’ peccato mortale desiderare la donna d’altri?
– Peccato morale sarebbe non cogliere l’occasione – sospirai.
Per tutta risposta la Pina si fece tre volte il segno della croce. Vedova ormai da tempo memorabile, viveva nel ricordo del suo Ernesto. Pia e devota mal reggeva l’impatto con la morale corrente.
Mi misi alla scrivania tirando fuori dal cassetto tutta la mia attrezzatura per le impronte digitali che avevo avuto in dono dal commissario Salimbeni il Natale precedente. Pina mi osservo’ attenta mentre facevo cadere la grafite sulla carta da gioco poi le venne da sternutire.
– No Pina, dall’altra parte per favore! – ringhiai. Il mio rimprovero le ricaccio’ nel naso lo sternuto. Assunse un atteggiamento distaccato.
– Il buzzurro ha telefonato. Ha detto se poteva richiamarlo.
– Ah – dissi senza eccessivo interesse visto che ero concentrato sul mio lavoro.
– Beh l’ambasciata l’ho fatta. Se deve telefonare si sbrighi perche’ io alle nove vado a letto. Ho un po’ d’influenza.
Pina si alzo’ e usci’ silenziosamente. Il buzzurro era Giuseppe Marchini, detto Ciammarica, ovvero lumaca in abruzzese, soprannome che gli calzava a pennello. Tra i due, con mia regia, c’era stato un tentativo di unione naufragato sugli scogli delle discutibili abitudini del mio pensionato preferito, come il tastarsi le palme dei piedi nudi anche a tavola, ruttare e squisitezze del genere. Angustiato da una nuora con la quale conviveva assieme al figlio, mirava a farsi un posto nel letto della Pina, per dormirci ed essere servito. Ma ultimamente le cose gli erano andate meglio. Il figlio aveva assunto una rappresentanza regionale e viaggiava spesso. La nuora lavorava tutto il giorno quindi i punti di contatto erano solo di sera. Sopportabili.
– Dodicimila impronte sovrapposte sulla busta e nessuna sulla carta da gioco – riferii al mio cliente al telefono.
– Finzi, io… Mi e’ venuto appetito. Voglio andare a mangiare. Voglio lei, non il suo aiutante. Sa dov’era prima invece di fare la guardia? Nel gabinetto coi piedi a mollo nel bide’!Dice che a quest’ora lo fa sempre!
– Va bene, arrivo tra dieci minuti. Sta nevicando. Prendero’ un taxi. Rilevero’ il mio aiutante. Me lo puo’ passare un attimo per favore?
– Pronto Riccardo, guarda che ci sta un equivoco. Io prima di mettere le piante a bagnomaria mi sono accertato che tutto fosse in ordine!
– Taci animale!Ti lamenti che sei pagato poco poi quando hai un bel lavoro senza rischio e ben remunerato ti comporti cosi’?
-D’accordo signor Finzi. Attendo qui d’essere rilevato da lei prima distaccare – rispose a voce stentorea a tutto beneficio di colui che settimanalmente versava alle casse sociali la niente affatto trascurabile somma di quattro milioni e trecentomila lire cosi’ suddivise: cinquecentomila al giorno da lunedi’ e venerdi’, ottocentomila al sabato, e un milione la domenica. Niente male eh?Diciassettemilioni e duecentomila lire al mese. Finche’ la pacchia durava… Ma come mai questa pacchia?Ci sto arrivando e il punto di partenza e’ stata la signora della porta accanto, proprio lei. Rachele Cantalamessa.
– Ha chiamato lei un taxi signor Riccardo?chiese il portiere mentre stava chiudendo il suo bugigattolo.
– Si’ e’ mio – risposi infilandomici dentro. Diedi l’indirizzo e il tassista mise in moto. La neve cadeva senza sosta e il mio guidatore casuale incomincio’ ad erudirmi sulle trascorse nevicate giganti che c’erano state nella vecchia Milano che lui conosceva bene, ma non lo stavo ad ascoltare,pensavo al nostro cliente e a quel particolare colpo di fortuna che la signora Rachele mi aveva involontariamente propiziato.
Ero appena tornato dal Pian dei Resinelli dov’ero stato a sciare insieme ad una compagnia eterogenea. Sci e grappa, risate e svaghi di cui un giovane della mia eta’ abbisogna. La signora Rachele stava per salire su un taxi che avevo chiamato io dalla vicina stazione di Piazzale Susa.
– Ma prego signora l’accompagno. Non ho molta fretta.
– Oh signor Finzi, com’e’ gentile. Grazie.
Durante il tragitto cercavo di distogliere lo sguardo dalle sue gambe velate di nero che spuntavano fuori belle affusolate dal cappotto di renna ma senza riuscirci.
– Posso chiederle un favore signor Finzi? – disse modulando la voce in modo tale da farmi avere un brivido alla spina dorsale.
– Certo che si’ – risposi sorridendo.
– Ho un amico che ha un problema. Un grosso problema e penso che lei possa essere la persona giusta per risolverlo. Intelligente, discreto, riservato…
Deglutii. Forse era stata la curva; forse l’aveva fatto apposta. Si sposto’ di lato permettendo di fare notare che la signora non portava collant ma calze con giarrettiera e mutandine nere.
– E… che problema? – chiesi con un fil di voce.
– Non lo so, non me l’ha detto. Ma mi ha chiesto se conoscevo qualcuno di cui si potesse fidare ciecamente e che fosse muto come una tomba. Oh, siamo arrivati. Io scendo qui. Vado giusto da lui. Posso fissare un appuntamento?Quando e’ libero?
Di liberta’ ne avevo in abbondanza. Veramente un lavoro mi era stato proposto. Otto ore al giorno a investigare su una grossa societa’. Investigare su che cosa chiesi?Su tutto e su tutti, mi risposero. In parole povere lo spione. Avevo rifiutato anche se il valsente non era trascurabile ma del resto non m’andava neanche il fatto di timbrare il cartellino quattro volte al giorno.
Fu cosi’ che il due di Gennaio il dottor Antonio Tanzi detto Arnaldo fece il suo ingresso nel mio ufficio. Alto un metro e un’aspirina, minutino con una barbaccia nera a contorno del volto, occhietti furbi, modi garbati. Vestiva all’ultima moda. Sciarpa pencolante, cravatta di lana grossa viola su camicia rosa pallido. Colorito rosa.
Non aveva piu’ quel colorito quando andai a prenderlo per portarlo a cena. Pallido, smorto, occhiaie, pupille roteanti. Dal 2Gennaio a quel momento, giorno 17 sempre di Gennaio c’erano due assi di picche nella sua vita.
– Allora capo io posso andare? – chiese Ciammarica chiudendo la portiera della macchina del nostro cliente che si era messo al volante. Assentii col capo fissandolo intensamente. Ricambio’ con un sorriso imbarazzato.
– Guidare fa bene, distende i nervi quando si e’ tesi – sentenzio’ il dottor Tanzi piu’ che altro per convincere se stesso.
Mi attaccai saldamente alla macchina temendo una guida piuttosto disinvolta invece tranquillino si inseri’ nella strada che portava al centro.
– Non ho voglia di andare al ristorante. Una bella pizza la mangerei volentieri. Va bene per lei signor Finzi?
Risposi con un sorriso. Il dottor Tanzi era un groviglio molto intricato di contraddizioni. Pagava una somma decisamente salata per avere ventiquattrore su ventiquattro, o giu’ di li’, qualcuno al suo fianco pronto a difenderlo, poi spilorciava anche sul caffe’, dove non aveva mai spiccioli per pagare e scegliendo sempre ristoranti modesti o pizzerie per pagare di meno. Era un taccagno, leggermente usuraio, come avevo appurato standogli vicino per un paio di settimane, e anche questo particolare non aveva aiutato la mia antipatia a modificarsi. In una curva in Piazza Castello fece un piccolo testa-coda. La neve caduta aveva fatto presa.
– Mi sa che questa volta ne avremo davvero tanta di neve – commentai per toglierlo dall’imbarazzo.
– Ma no. Non prende. Domattina col traffico che c’e’ a Milano sara’ completamente squagliata.
Annuii. Da quel poco che lo conoscevo era uno che non la imbroccava mai, cosi’ ebbi in anticipo la versione di Milano sommersa dalla neve con cani San Bernardo che scavavano nella neve per recuperare qualche sopravvissuto.
Scelse la Pizzeria Rustica. Ordinammo due pizze, io napoletana, lui margherita con due birrette, nazionali naturalmente. Mangio’ in silenzio con sguardo in alternanza fisso sul piatto e poi sulla mia faccia ma in realta’ non mi guardava. La sua mente era spersa chissa’ dove.
Di tanto in tanto occhieggiavo la vetrata per vedere la situazione della neve che continuava a cadere copiosa. Nella pizzeria non si era in molti, ma tutti abbastanza loquaci e le parole venivano gia’ acquattate dalla presa sul terreno della neve. C’era una specie d’intercapedine invisibile che attenuava i suoni. Uno acuto lo avevo alle spalle. Un signore dalla voce grossa che continuava a raccontare barzellette spinte ridacchiando sguaiatamente.
– Finzi – mi chiese il mio cliente alfine – io le sono antipatico vero?
– Si’!
– Perche’?
Stavo cercando una risposta la meno offensiva possibile quando incrociai gli occhi di un paio di uomini col viso coperto dal passamontagna.
– Fermi tutti questa e’ una rapina! urlo’ uno dei due. Sentii un’imprecazione alle mie spalle emessa dall’omaccione dalla voce grossa. Venni letteralmente gettato in terra dal suo movimento del braccio. Vidi che impugnava una pistola a tamburo.
Fece partire due colpi, una decina vennero sparati di risposta dai rapinatori dei quali vedevo solo le gambe essendo sdraiato su un fianco a terra. Fu una cosa di pochi secondi. Poi silenzio. I due rapinatori giacevano in un lago di sangue. L’omaccione riverso con un grosso buco alla gola. Nessuno osava muoversi.
Mi alzai con cautela. Arrivato vicino ai corpi dei banditi diedi un calcio alle loro pistole per allontanarle, poi mi rivolsi al mio cliente. Ma era piu’ esatto dire al mio ex cliente.
Faccia nel piatto, occhi sbarrati, due buchi nella testa.
La pacchia era finita.


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