I Gialli di Riccardo Finzi

– AGENZIA INVESTIGATIVA –

CAPITOLO 1
Suonarono alla porta, andai ad aprire. Mi si presento’ davanti, ansante e rosso in volto, un ometto sulla sessantina, avvolto in un impermeabile che mostrava la stessa eta’.
– E qui l’Agenzia Investigativa Riccardo Finzi?
– Si’, in cosa posso esserle utile?
Sbuffo’, apri’ la bocca senza emettere alcun suono, quindi si infilo’ nell’anticamera passandomi davanti.
– Mi faccia parlare col capo.
– Ci sta gia’ parlando.
Nei suoi occhi passo’ un veloce batter di ciglia, poi scosse lievemente la testa e abbozzo’ un sorriso pater no.
– Ma e’ soltanto un ragazzo!
Gonfiai il petto e tamburellai i polpastrelli sulla coscia, spazientito.
– Come le ho gia’ chiesto prima, posso esserle utile in qualcosa? – gli domandai col tono piu’ gelido di cui ero capace.
L’uomo si guardo’ attorno. Noto’ l’assoluta mancanza di mobili, e percepi’ l’antipatico odore della vernice che avevo appena dato agli stipiti e alle porte.
– Non c’e’ un qualcosa su cui sedersi?
– Per di qua – gli dissi, pilotandolo in quello che sarebbe diventato lo studio una volta provveduto al l’arredo completo. Al momento c’erano solo una scri vania e due sedie. Novantamila lire in tutto ma niente male.
– Ma mi dica un po’ – mi chiese lasciandosi cadere sulla sedia – come le e’ venuto in testa di mettersi a fare l’investigatore privato? Forse suo padre…
– E morto anni fa ed era un coltivatore diretto. Vuole conoscere altri particolari della mia famiglia?
Una strana smorfia solco’ il suo viso, strabuzzo’ gli occhi, togliendosi nel contempo una scarpa per poi massaggiarsi il piede.
– Mi scusi sa, ma fare tutte quelle scale, alla mia eta’ poi… L’ascensore e’ fuori uso, proprio all’ultimo piano doveva cacciarsi?
Gli feci segno che poteva comportarsi come meglio credeva ma che avrei preferito togliesse la scarpa dal tavolo. La lascio’ cadere in terra e l’impatto col pavi mento si fece sentire.
– Non ho capito bene il suo nome – gli domandai una volta tornato il silenzio.
– Per forza, non gliel’ho detto. Appuntato dei carabinieri a riposo Giuseppe Marchini. Ero venuto qui per… ma da quello che vedo… – e agito’ la mano in tono eloquente.
– Sono ancora all’aria infatti. Ho gli operai ancora al lavoro e attendo i mobili. Non ho ancora ufficial mente iniziato l’attivita’! Se ora vuole dirmi la ragione della sua visita…
Il pensionato annui’ con una certa ironia osservando il filo che pendeva in mezzo alla stanza, a cui avevo at taccato una lampadina da 125 candele.
– Certo, signor Finzi. Essendo in pensione, lavoro a tempo perso per varie agenzie d’investigazione, occupandomi per lo piu’ d’informazione pre-nassunzioni e sul credito e cose del genere. Sono venuto qui per che’ il salumiere all’angolo mi ha detto che era stata aperta una nuova agenzia e volevo vedere se c’era un po’ di lavoro. Ho salito tutti i piani e poiche’ la sua era l’unica porta senza targa…
– Arrivera’ anche quella per l’inaugurazione – lo interruppi.
– Certo, certo, ma non e’ il metodo migliore per fare sapere che si esiste, beh comunque dato che l’at tivita’ non e’ ancora iniziata…
Si infilo’ la scarpa e si alzo’. Prima d’uscire punto’ lo sguardo verso l’unica cosa appesa alla parete. Il mio diploma d’investigatore privato.
– “Scuola per corrispondenza Volonta’ & Abnegazione”. Ha imparato li’ a fare il poliziotto? – era serio ma si vedeva che ci riusciva a fatica.
Annuii.
– Quel diploma piu’ il congedo militare illimitato ed ho ottenuto l’autorizzazione dalla questura!
Stavolta non ce la fece a trattenersi e scoppio’ in una prorompente risata. Sentii il viso avvampare, e cer cai, senza riuscirci, di balbettare qualcosa.
Mi batte’ la mano sulle spalle e si diresse verso l’u scita. Arrivato all’uscio, si volto’. – Ma chi gliel’ha fatto fare? Beh, comunque auguri e stia bene!
Chiusi la porta alle sue spalle e diedi due giri di chiave. Non sarebbe certo stata l’ovvia ironia della gente a farmi desistere dal mio proposito. Era una scelta che avevo ben ponderato, comunque lo scherno dell’ap puntato in pensione mi aveva dato fastidio.
Mi trovavo a Milano da una settimana ed ero uscito da una squallida pensione per svettare al sesto piano in via dei Franchi 3/bis, soffitto un po’ basso, per trentacinquemila lire al mese. La prassi d’uso, tre mesi d’affitto anticipato e tre mesi di cauzione, mi aveva gia’ alleggerito le sostanze con cui ero approda to nella capitale lombarda. Avevo chiesto ad un ne gozio di colori se avessero qualcuno per dare una rin frescata all’appartamento che prima doveva essere stato abitato da una famiglia di orango, e sentiti i prezzi che tiravano, avevo comperato pennello e vernice ed avevo fatto un lavoro discreto. Mancava l’arredamento e per quanto volessi tirare al minimo c’erano pur sempre uno studio, una camera da letto, ba gno e cucina lillipuziani e l’anticamera.
Prima di venire interrotto stavo consultando la mia lista di acquisti immediati e i prezzi che avevo accertato. Tutte cifre da capogiro, almeno per me che avevo vissuto in un paesello di qualche migliaio di crani.
Ridiedi un’occhiata alle mie annotazioni, infilai il cappotto e scesi di corsa le scale.
Il portiere mi saluto’ con faccia truce. Non gli avevo ancora dato la mancia, ma avrei senz’altro provveduto al piu’ presto per potere cosi’ ammirare la lucentezza della sua dentatura.
Procedevo spedito per la strada. Sono sempre stato un buon marciatore e camminare mi dava una strana sensazione di gioia. Ero a Milano, nella grande Milano, abbagliato dalle sue luci, frastornato dai suoi ru mori, stavo respirando quell’aria che i piu’ ritenevano inquinata dai gas velenosi ma che a me pareva friz zante e sana. La citta’ era li’, ai miei piedi e stava a me trovare il modo di conquistarla e mi sentivo ottimista in merito. Un milione e mezzo di abitanti, di cui tre centomila piu’ che benestanti, stando almeno alle sta tistiche in mio possesso. Una citta’ viva, sin troppo magari, ma che schiudeva gli orizzonti a chi era di sposto a vivere freneticamente.
Avevo un carnet fitto di impegni. Filare in viale Abruzzi al negozio delle aste per vedere di trovare un divano a letto. Niente male e il prezzo non era ecces sivo visto quelli che correvano, ottantamila piu’ il die ci per cento di diritto d’asta, che tirava il tutto a ottan tottomila. Decisi di rimandare dopo avere visto qual che altro prezzo e mi infilai in via Plinio, dove c’era un negozio di targhe. I prezzi di quelle in metallo ricor davano quelli del platino, quelle in plastica andavano meglio. Volevo tirare sul prezzo ma per prenderne una da cinquemila avrei dovuto abbreviare tutto “Ag. Inv. R. Finzi” che non stava proprio benissimo, cosi’ ne scelsi una da diecimila, grigia con scritta in blu, e con un carattere alto e stretto ci stava tutto. Un salto alla Standa di corso Buenos Ayres per arricchire il ba gaglio di cancelleria con offerte speciali, tre biro cen to lire e diversi blocchi piu’ alcune cartelline per un to tale di millecinquecento. Mentre mi spostavo in me tropolitana verso piazza della Scala annotavo con pre cisione, tutte le spese nella parte delle uscite, quella delle entrate era, per ora, immacolata.
Arrivai in via Solferino che mancava poco alle cinque. Gli uffici del Corriere della Sera stavano per chiu dere ma riuscii a convincere l’impiegato ad accettare la mia inserzione. “Agenzia Investigativa Riccardo Finzi. Si investiga su tutto, massima riservatezza. Tariffe modiche” seguiva l’indirizzo. Scartai il neret to con il filetto intorno per non passare per gradasso e anche perche’ trecentocinquanta lire a parola non era no poche. Chiesi quando sarebbe apparso e l’impie gato mi rispose asciutto “quando verra’ stampato”. Avevo sentito parlare della concretezza di discorso dei milanesi che pare non amino perdere tempo in inutili ciance cosi’ ringraziai e uscii. Non potei fare a meno di capitare in piazza della Scala ed osservare con calma il tempio della musica. Visto dal di fuori non sembrava un gran che, ma mi ripromettevo di dare un’occhiata dal di dentro appena fossi stato piu’ in lira. Il monumento a Leonardo troneggiava nella piazza solidamente protetto dalla sicurezza economica, rap presentata dall’imponente costruzione della Banca Commerciale, di lato, e di spalle da Palazzo Marino, la sede del comune. Mi sentivo un po’ piccolo ma non escluso, convinto gia’ di fare parte, sia pure a livello di mattone, di quella enorme muraglia cinese che e’ la citta’ ambrosiana.
Presi il tram scucendo settanta lirette e tornai al mio covo, non prima di avere comperato mortadella, uno sfilatino di pane francese e una bottiglia di acqua mi nerale.
Salii gli scalini a tre a tre, perche’ nelle case della metropoli sono piuttosto bassi, e arrivai abbastanza in fretta, sia pure con un po’ di fiatone, sul pianerottolo del sesto piano. Davanti al mio studio-nappartamento trovai due anziane signore, una delle quali premeva il mio campanello.
– Le signore cercano me?
Girarono la testa simultaneamente e mi puntarono addosso gli occhi, come fari. Poi si scrutarono con aria d’intesa.
– Visto, Pina? Dev’essere lui – poi rivolgendosi a me: – Lei e’ un investigatore privato vero? Un poliziotto, come quelli che ci sono nei gialli di Perry Ma son? – Sorrisi.
– Hanno bisogno del mio aiuto professionale?
– No, no – la signora piu’ vicino scosse la testa ridendo – volevamo solo vedere com’era fatto un de tective – e lo pronuncio’ perfettamente. – Pero’ ce lo immaginavamo meno giovane. Ma va bene anche cosi’!
– Scesero le scale salutandomi con la mano, con sul viso una espressione divertita che alternava anche simpatia. Quella che era stata chiamata Pina mi fece l’occhiolino e uno strano gesto d’intesa. Ricambiai sorridendo. Bene, avevo avuto l’approvazione di due inquiline del caseggiato. Messo piede nell’apparta mento ebbi una sgradevole sorpresa. Il calorifero per deva acqua e m’aveva bagnato tutto il materasso di crine che avevo comperato d’occasione. L’idea di passare la notte sul pavimento di marmo non mi at traeva, cosi’ presi la decisione. Volai al negozio delle aste e sborsai le ottantottomila lire. Dovetti discutere per la consegna che il gestore voleva rimandare al giorno seguente. Dopo un po’ di tira e molla e qualche imprecazione del fattorino, piazzo’ il mio acquisto sul furgoncino e arrivammo subito davanti all’edificio con molte pretese di via dei Franchi 3/bis. Mi aiuto’ a portarlo sopra, accompagnando la mansione con pa recchie espressioni colorite in dialetto indigeno che piu’ di capire intuivo. Gli diedi una moneta da cento lire per il suo disturbo.
– Ah, ah, e questa sarebbe una mancia? – ghigno’ fuori dai denti. Poi fece saltellare la moneta come avevo visto fare a George Raft in un film d’oltretom ba dato tempo prima alla televisione e me la infilo’ nella serratura sbatacchiando la porta alle spalle.
Mi ci volle quasi mezz’ora per riuscire a cavarla fuori con una graffetta, mezz’ora, durante la quale in cominciai a quadrare meglio il rapporto denaro e cit tadino. Un dato statistico necessario.
Il divano faceva un figurone nella stanza, dando l’impressione di riempirla, visto che prima del suo ar rivo era totalmente vuota. Mi ci buttai sopra gongo lante e mi sdraiai. Avevo una miriade di idee in testa ma anche fame. Spazzai via tutto il mio frugale pasto poi andai a respirare l’aria della sera. Era la prima volta che andavo in giro, senza osservare vetrine o vi sitare appartamenti. La sera era tutta mia e volevo godermela. Cosi’, muovendo pigramente un passo dopo l’altro, mi trovai davanti ad un dancing. “Consumazione lire mille” diceva un cartello scritto a mano, attaccato, senza simmetria, alla porta d’in gresso. Era una spesa che mi potevo permettere. Mi tuffai in un’atmosfera satura di fumo, che subito mi diede fastidio agli occhi. Mi piazzai su un puffe mollai il cartoncino avuto all’ingresso al cameriere per avere in cambio del whisky, che arrivo’ scarso e dall’aria imbevibile. Lo tracannai d’un fiato e mi sentii brucia re contemporaneamente gola e stomaco. Non mi ci volle molto per capire chi fossero i frequentatori del l’ambiente: donne di servizio e ragazzotti in cerca di svago. Li guardavo dimenarsi come ossessi al suono di una musica che mi rimbombava nel cervello. Il cameriere mi chiese se volevo il bis e rifiutai garbata mente. Era l’unico che si era accorto della mia pre senza, per gli altri era come se facessi parte dell’arre damento. Le luci erano fioche e i miei sorrisi forse non li captava nessuno. Stavo gia’ pensando che forse era meglio filarsela visto che facevo ancora a tempo a prendere l’ultimo spettacolo del cinema quando una ragazza mi cadde letteralmente in braccio.
– Scusa bellone, ma qui ci si vede talmente poco… mi chiamo Susi e tu?
– Riccardo Finzi.
– Non ti ho mai visto qui! e’ la prima volta che ci vieni?
– Si’, sono capitato qui per caso. Non sapevo cosa fare e allora…
– Dai vieni a ballare, sei capace vero?
Senza aspettare la mia risposta mi trascino’ in mez zo alla pista che si era fatta meno affollata. Con luci piu’ vive, la potei osservare meglio. Il viso dai linea menti fini era incorniciato da capelli mogano scuro, sciolti sulle spalle, due occhi scuri e un naso alla gre ca. Indossava una camicetta chiara, su cui ballonzo lava una catena multicolore e un grosso medaglione con strane incisioni, e una mini della taglia piu’ corta di produzione. Io mi muovevo decentemente mentre lei piu’ che ballare fluttuava. D’ogni tanto mi fermavo ad ammirarla, quasi non credendo che fosse proprio li’ davanti a me.
– Che mestiere fai? – mi domando’, tornando a sedere.
– Lavoro per un’agenzia investigativa.
– Ah il detective, una vita avventurosa, piena di suspense, di colpi di scena, di avventura.
Tralasciai di raccontarle le mie gesta vissute sino a quel momento e la fissai negli occhi.
– E tu? Che mestiere fai?
– Oh, la domestica! Lavoro qui vicino – lo disse muovendo la mano come se stesse accarezzando l’a ria e urto’ la sua collana e mi accorsi in quel momento che era fatta di vetrini colorati e il medaglione di cor da. Le incisioni erano dei semplici ricami colorati. Venne piu’ vicino.
– Di’, hai mai baciato una donna? – rimase a bocca semiaperta.
– Si’, certo.
– Allora che aspetti?
Non indugiai oltre mentre il cuore mi rimbombava nella cassa toracica. Mi sembro’ un po’ delusa.
– Si’, non c’e’ male ma mi aspettavo qualcosa di meglio.
Allargai le braccia, sconsolato.
– Beh, sono a Milano da pochi giorni, quindi non ho ancora bene la mano anzi il labbro quindi…
– Vuoi venire da me? – chiese a bruciapelo interrompendomi, – sono a casa sola. I miei padroni non tornano sino a lunedi’. Vuoi?
– Certo che si’! Qui dentro non si respira.
Il posto non era proprio vicinissimo ma ci arrivammo in poco tempo perche’ lei camminava molto in fret ta e quasi facevo fatica a tenere il passo con lei. Non aveva proprio niente della cameriera. Ondeggiava con un certo stile, si muoveva sinuosa e lievemente provocante, e dissi a me stesso che se le cameriere della citta’ erano tutte cosi’ chissa’ come sarebbero state le signore.
Entrammo in un bel palazzo di corso Vittorio Ema nuele, e infilo’ con sicurezza la chiave nella serratura di una porta con la targa “Moser”. L’ingresso era gia’ appartamento, con moquette, pareti rivestite di legno laccato di bianco e rosso e un arredamento da mozzare il fiato. Cose del genere le avevo viste solo nei film americani. In quelli musicali.
Non osavo muovermi, avevo paura di rovinare con le mie suole la moquette e di urtare uno degli innu merevoli soprammobili che erano posti un po’ dap pertutto, su mobili e su tavolini d’acciaio.
– Siediti qui, vuoi un whisky?
– Si’ grazie, vorrei togliermi quel saporaccio che mi ha lasciato in bocca quello che mi hanno rifilato al dancing.
Deglutii un po’ di liquido scuro poi sentenziai: – Si’, e’ meglio di quello che danno al dancing.
Sorrise lasciandosi cadere vicino a me. Sorrise ma non era piu’ quella di prima, sembrava preoccupata, come se improvvisamente le fosse venuto in mente qualcosa di spiacevole.
– Tu non fai la cameriera da molto, vero?
Mi fisso’ un attimo seriamente poi mostro’ i denti regolari e bianchissimi.
– Da cosa l’hai intuito, Maigret?
– Dalle mani. Non hai un callo. Sono molto curate. Hai le unghie lunghe.
Non ti sfugge proprio nulla, eh? – sospiro’ mentre con la mano mi scompigliava i capelli. Mi diede un bacio sul collo poi un morso. Urlai.
– Donnetta! – disse con disprezzo.
– No, e’ che non sono abituato e… – suono’ il telefono, tre trilli sommessi, uno dietro l’altro. Susi si irrigidi’. Fisso’ l’apparecchio quasi con odio e continuo’ a fissarlo anche quando torno’ muto.
– Qualcosa che non va? – domandai con un tono di voce che voleva essere allegro. Mi fece un cenno con la mano, rapido e nervoso, che stava a significare di stare zitto. Trangugiai dell’altro whisky. Se appena entrata in casa era lievemente mutata, il telefono l’aveva addirittura trasformata. La bocca assunse una espressione amara mentre si accendeva una sigaretta. Tiro’ un paio di boccate poi la spense subito.
– Devi andartene, non puoi rimanere qui – mi disse sgarbatamente.
Non mi mossi e continuai ad osservarla.
– Di’, sei sordo? Ho detto che devi andare. Prendi il cappotto e fila.
Mi spinse alla porta in malo modo. Quella ragazza era terrorizzata.
– Ma hai bisogno di qualcosa? Non posso fare niente per te?
– Si’, andartene alla svelta e non fare domande.
– Ma possiamo rivederci?
– All’altro mondo – ringhio’, sbattendomi la porta sul naso.
Quando scesi in strada guardai l’orologio. Erano le undici e mezzo o giu’ di li’, non potendo giurare sulla precisione del mio cronografo.
In strada non c’era quasi nessuno, dovevano essere tutti al cinema o occupati in altre faccende, ed io ave vo perso la possibilita’ dell’ultimo spettacolo. Ad essere precisi c’era un tipo appoggiato al muro non mol to distante dall’ingresso del palazzo dove abitava Susi. Un tipo dai capelli lunghi, vestito alla moda ec centrica. Mi guardo’ per un secondo poi rivolse altro ve il suo sguardo.
Arrivai a casa mezz’ora dopo e inaugurai ufficialmente il mio pezzo da ottantottomila. Mi accorsi solo allora che non avevo lenzuola. Presi nota sul mio taccuino come acquisto immediato per il giorno successivo, e spensi la luce. Mi addormentai nel giro di pochi secondi.
La mattinata la occupai nella ricerca di una copiste ria che mi battesse il testo da ciclostilare in un centi naio di copie che avrei infilato nelle caselle postali di tutte le porte del rione. Il testo diceva: “Indagini di qualsiasi tipo, qualsiasi problema, l’Agenzia Investi gativa Riccardo Finzi ve lo risolve. Rivolgetevi a noi con fiducia, anche solo per delle consultazioni che sono gratuite. Tariffe modiche. Trattamento familia re”. L’ultima espressione sapeva un po’ di trattoria ma il “noi” dava una certa solidita’ all’impresa. Sarebbero state pronte per il giorno dopo. Fatti gli acquisti piu’ impellenti consistenti nelle gia’ citate lenzuola con federe, cuscino e un po’ di scatolame, mi fermai al ba rettino dell’angolo a prendere un caffe’.
– Spese grosse, eh?
Mi girai per vedere di dare un volto alla voce che era suonata alle mie spalle e vidi l’appuntato a riposo che intingeva un cornetto nel suo cappuccino.
– Abita da queste parti?
– Si’, al di la’ della piazza. Come vanno gli affari? Quando si incomincia?
– Tra non molto. Ho gia’ fatto un annuncio sul giornale che comparira’ a giorni e sto allestendo lo stu dio.
– Ah, l’annuncio. Vedra’ che schiera di gente si fermera’ davanti alla porta. Bisognera’ chiedere ai vigili di mandare un ghisa a coordinare il traffico.
Sorrisi mentre mettevo due cucchiaini di zucchero nella tazza, con fatica perche’ il barista mi aveva fatto sparire la zuccheriera.
Entro’ un tipo dalla pelle olivastra e con baffettini sottili, di altezza lievemente inferiore alla media che, non appena scovato il pensionato, gli mollo’ una pacca nella schiena facendogli andare di traverso il bocco ne.
– Ciammarica! Sempre sulla breccia, eh?
– A li mor… commissario, a momenti mi faceva soffocare.
– Un ristretto ben caldo – disse rivolto al barista che aveva abbassato ossequiosamente la testa. – Ciammarica, tu hai dei parenti a Lecco, eh?
– Si’ – rispose l’interrogato.
– Allora sei stato tu a investire quella donna, dai confessalo, poi preso dal panico… – il tono era professionale.
– Ma commissario, io non mi sono mosso da Milano, ho testimoni, ma poi di che parla?
L’uomo dai baffettini apri’ con una mano il giornale alla pagina della cronaca nera, mentre con l’altra af ferrava la tazzina e centellinava il liquido.
– Leggi qua. C’e’ anche la foto. Una donna e’ stata investita da un’auto di grossa cilindrata, poi l’hanno abbandonata morente sul selciato, in seguito un’altra macchina l’ha uccisa definitivamente.
– Ma commissario – il pensionato era visibilmente preoccupato – io ho solo una Lambretta e…
– Ah! ah! ah! – il tutore della legge scoppio’ in una fragorosa risata, mentre dava un’altra pacca di non minore intensita’ al poveruomo che era sbiancato no tevolmente, – ci sei cascato, eh? Ma che vuoi che me ne importi a me di una peripatetica e sulla superstra da poi, mica e’ mia competenza. Scherzavo, ciao Ciammarica, stai bene, e salute a tutti.
– Buona giornata signor commissario – gli auguro’ untuosamente il barista che era poi passato a segnare la consumazione su un pingue quaderno dei crediti.
Diedi un’occhiata al giornale. C’era anche una fotografia, una donna, sdraiata sul selciato in modo innaturale, con le gambe quasi divaricate, in maniera goffa.
– E un commissario, quello? – domandai all’ex carabiniere che si stava pulendo la bocca.
– Ma si’, che il diavolo se lo porti, e’ il commissario di zona. Gli piace fare dello spirito pesante.
– Beh? – gli dissi maligno – mi sembrava alquanto spaventato. E si’ che e’ stato anche lei un tutore dell’ordine.
– Appunto per questo, ma lasciamo perdere va’, che e’ meglio. Beh e’ ora che vada, devo prendere in formazioni su una impiegata.
– Facciamo un pezzo di strada assieme devo prendere una lampada, se va a destra e non la disturbo.
– Ecche’? Disturbare? Ma perche’ mai? Eppoi e’ sempre bene tenere rapporti con possibili datori di la voro.
– Appena uscira’ il mio annuncio, come le ho det to, potro’ anche avere bisogno di lei. Mi lasci il suo in dirizzo e…
– Il vecchio mi prese per il braccio. – Senta giovanotto io… beh avrei parecchie cose da dirle ma ora vorrei sbrigare prima quell’informazione. Sono tremila lire e nominativo, non e’ molto ma a me vanno bene, poi salgo su. E in ufficio?
– Compero una lampada e tra mezz’ora ci saro’.
– Ecco, tra mezz’ora allora, che vedo che ha bisogno di una bella girata d’orizzonte.
– Mi tolga una curiosita’ prima d’andarsene. Il commissario l’ha chiamata Ciammarica, ma non si chiama Marchini?
– Eh! – disse agitando la mano col chiaro invito d’andare in un tale posto – quello e’ un soprannome, significa lumaca in abruzzese, io vengo da li’, ma ne parliamo, ora vado.
Lo osservai un momento mentre si allontanava con le piante dei piedi perfettamente divaricate e dalla sua camminata capii perche’ lo avessero soprannominato lumaca, o ciammarica.

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